| Gabriele
Rebagliati
- intervista "e mail"
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I.S.U.
- "Innanzi tutto grazie per aver accettato di
fare parte della nostra comunità scientifica. Desideriamo,
per prima cosa, chiederLe cosa L'abbia indotto ad interessarsi
della cultura giapponese".
REBAGLIATI
- "Il Giappone è un paese che mi ha sempre affascinato
sotto molti aspetti. L'ho visitato in lungo e in largo
per ben quattro volte trascorrendovi periodi più o meno
brevi, sempre intensi, riconfermando ogni volta il desiderio
di impadronirmi di quel qualcosa in più che solo il Giappone
sapeva regalarmi. Senz'altro l'aspetto che mi ha attratto
maggiormente è rappresentato dal sistema di scrittura,
unico nella sua specie: il vasto sistema ideografico "kanji"
affiancato dai due alfabeti sillabici "hiragana" e "katakana"
hanno sempre rappresentato una sfida stimolante e hanno
contribuito a sviluppare in me una costanza all'esercizio
(vergatura e ripetizione dei simboli sconosciuti) indispensabile
per l'apprendimento della lingua.La volontà di districarmi
in quel complesso e intricato groviglio di segni sconosciuti
è andato di pari passo al desiderio di completa immersione
nella cultura giapponese. Inizialmente osservavo timidamente
dall' esterno le sue innumerevoli sfaccettature e mi chiedevo
quale fosse il modo migliore per approcciarvisi: poi ho
conosciuto un giapponese in carne ed ossa e mi sono lasciato
guidare alla scoperta dei suoi segreti e delle sue manifestazioni.
Ho cercato di non tralasciare alcun campo di indagine,
ma poi, inevitabilmente, ho abbandonato alcune strade
e ne ho approfondito altre. Infine mi sono lanciato nella
società: mi sono perso più volte fra i grattacieli di
Shinjyuku e, quando capitava, chiedevo la direzione giusta
per tornare a casa. Inizialmente frastornato e disorientato,
mano a mano più sicuro, ora addirittura consapevole di
poter vivere serenamente in Giappone. La sera, quando
torno stanco dal lavoro, sogno un bagno rilassante nell'ofuro,
la vasca giapponese, un toccasana per affrontare al meglio
la giornata successiva. Da piccolo disegnavo pavoni dappertutto
e mia madre si chiedeva perchè. L'ho scoperto poco tempo
fa sfogliando distrattamente un libro sul Giappone: il
pavone è l'animale nazionale del Sol Levante. Il mio attaccamento
a questo paese è forse legato ai ricordi di un'esperienza
ancestrale? Chissà..."
I.S.U.
- "Quali sono le
differenze che Lei ha avvertito tra la cultura italo-occidentale
e quella nipponica?"
REBAGLIATI
- "Quando si tenta un approccio approssimativo ad
una cultura sconosciuta il primo organo ad essere coinvolto
è senz'altro l'occhio. Passeggiare per il centro di Tokyo
è un'esperienza visiva senza precedenti: si è letteralmente
sommersi da un fascio di immagini, simboli e codici cromatici
a noi del tutto sconosciuti. Una volta assuefatti a questo
tipo di spettacolo, è necessario sondare più in profondità
se si vuole capire realmente il posto in cui siamo finiti.
Il vero Giappone si nasconde agli occhi dei visitatori
superficiali e si manifesta nella quotidianità dei gesti
e dei comportamenti perlopiù preclusi all' esperienza
degli occidentali. Tokyo non è che il punto d'arrivo di
un'indagine svoltasi in una piccola cittadina di provincia,
immerso nella genuina e verace atmosfera di una normale
famiglia giapponese. Ogni giorno in famiglia è caratterizzato
da una serie di eventi ciclici, codificati anche linguisticamente,
il ripetersi dei quali garantisce la percezione di una
forte stabilità e prevedibilità, un'armonia di fondo assente
nella nostra cultura. Così come nel momento in cui si
esce di casa, esisterà un'espressione definita per segnalarlo
agli altri componenti della famiglia, quando si torna,
aperto l'uscio, si utilizzerà la forma complementare dell'espressione
precedente, seguita dall'abbandono delle scarpe all'ingresso.
Il tutto magicamente condiviso. In Giappone l'ospite ha
una funzione fondamentale: la sua presenza rafforza la
coesione dei componenti della famiglia in vista di un
obiettivo comune. Ognuno si adopera come può e apporta
il suo contributo per garantire all'ospite il più piacevole
dei soggiorni. Gli interessi personali del momento scompaiono
per essere sostituiti al suo compiacimento più incondizionato.
In Giappone l'ospite "non puzza" e una sua eventuale permanenza
prolungata è accompagnata da una progressiva integrazione
agli obblighi e alle regole della famiglia. Il giorno
della partenza assicurarsi di scortare l'ospite fino al
porto di partenza. In Italia, non è strettamente necessario,
in Giappone è il momento più importante. Quando in Giappone
si condivide un pasto, ci si serve dallo stesso grande
e abbondante piatto. Tutti mangiano a sazietà e non c'è
il problema di chi è stato più o meno ingordo. In queste
occasioni rientra in gioco la vista: mangiare non significa
solamente "gustare" una pietanza, ma godersi uno spettacolo
che coinvolge anche l'occhio. L'accostamento di colore
dei cibi, la loro disposizione sul piatto e gli accorgimenti
adottati per servirlo in tavola sono alcuni degli elementi
che contribuiscono all'elevazione del pasto ad esperienza
multi-sensoriale. Attraverso questi tre esempi pratici
che mi hanno coinvolto direttamente e che possono portare
all'elaborazione di considerazioni più generali, spero
di aver innescato nel lettore il desiderio di confronto
con la propria cultura di appartenenza".
I.S.U.
- "E per gli altri
sensi?"
REBAGLIATI
- "La lingua giapponese non spaventa l'orecchio italiano:
anzi, ad ascoltarla un po' più attentamente, si scopre
che non esistono suoni ostici o impossibili da riprodurre.
L'acca aspirata va imparata, dopodichè siamo padroni di
tutto il repertorio. E possiamo parlare senza paura di
storpiare le parole. Ho detto che l'occhio gioca la sua
parte nella presentazione delle pietanze sul tavolo. Ma
le delizie della cucina giapponese stuzzicano soprattutto
i palati: la consistenza del pesce crudo, adagiato su
eleganti letti di riso bianco, è una sensazione unica,
da provare. La cucina giapponese non si esaurisce con
il sushi, ma vanta una varietà di piatti invidiabile a
quella italiana. Peccato qui non siano ancora arrivati
sulle nostre tavole; io ho già avuto la fortuna di assaggiarli
e tento di riprodurli come posso nelle sere d'inverno
per amici e parenti. Gli originali sono certamente deliziosi.
L'emozione di schiacciare un pulsante e ritrovarsi all'istante
al settantesimo piano di un grattacielo nel centro di
Tokyo, mi fa dimenticare quanto sia preferibile prendere
le scale piuttosto di correre il rischio di rimanere bloccato
al secondo piano, usando l'ascensore monouso della casa
in Italia. E' bello sentire il proprio corpo a contatto
con il tatami, la stuoia tipica che fa da pavimento nelle
stanze giapponesi: camere che, a seconda delle esigenze,
possono trasformarsi elegantemente vuoi in salotto, vuoi
in camera da letto. E ancora toccare con le mani il vetro
freddo dello Shinkansen e provare l'ebrezza della velocità
assoluta, comodamente seduti su un morbido sedile. L'odore
dei fiori di ciliegio mentre si fa un picnic per celebrarne
la fioritura. Ne conservo ancora petali nei miei libri
preferiti. Esauriti i cinque sensi terminano le evocazioni..."
I.S.U.
- "Come definirebbe
la Cultura Giapponese?"
REBAGLIATI
- "La cultura
giapponese è caratterizzata da una forte apertura verso
l'esterno e dalla capacità dei giapponesi di assorbire
e interiorizzare in modo originale elementi provenienti
da altre culture. L'essenza della cultura giapponese sta
nella capacità da parte dei giapponesi di rielaborare
un qualcosa di già esistente ed impadronirsene progressivamente,
fino al punto di non lasciar traccia delle connessioni
fra questo qualcosa e la cultura di provenienza. Pensiamo
agli ideogrammi cinesi e alla abilità dimostrata dai giapponesi
di padroneggiare il complesso e vasto sistema di caratteri,
di adattarli alla propria lingua e fonetica e di mischiarli
ai due alfabeti esistenti seguendo un procedimento logico
e ragionato. O ancora all'introduzione dei termini occidentali,
traslitterati in un alfabeto coniato appositamente per
le parole non giapponesi che, per assenza di suoni corrispondenti
e per differenza di grafia, si trasformano e perdono progressivamente
il contatto con la parola originale. Prendiamo la parola
inglese "elevator", ascensore, in giapponese si pronuncia:
"erebeta". Qualsiasi inglese difficilmente riuscirà
a risalire alla parola originaria sentendo pronunciare
la versione in giapponese. In Giappone esiste un vocabolario
di parole assorbite da altre lingue, ma nessuna di queste
ha mantenuto la pronuncia originaria. E così la nostra
pizza si trasforma in "piza". Su questo punto,
ben diverso è l'atteggiamento degli italiani: se nel nostro
paese infatti è importata una parola inglese, pur sbagliandone
la pronuncia ne manterremmo l'ortografia originaria e
non ne modificheremmo la forma. Potremmo anche parlare
dell'ideale estetico occidentale, condiviso dai giapponesi
ma trasformato ed esagerato nei manga, le riviste a fumetti
giapponesi, o di molto molto altro ancora".
I.S.U.
- "Più che
potremmo...dobbiamo parlare dell'ideale estetico. Prima
di giungere al concetto di "seconda o doppia palpebra",
sarebbe opportuno specificare cosa si intenda per ideale
estetico"
REBAGLIATI
- "Per ideale
estetico si intende il motore che muove un popolo alla
ricerca del "bello" nella natura e nel mondo circostante.
L'ideale estetico può cambiare con l'andare del tempo,
ma rimane comunque un buon indicatore del rapporto che
il popolo intrattiene con il mondo e con "l'altro da sè".
Il Giappone aderisce al canone estetico occidentale quando
conosce Leonardo da Vinci e le proporzioni rinascimentali,
ma in realtà si tratta di una conferma più che di una
scoperta o una virata inattesa che conferisce nuovo respiro
alle arti giapponesi. Tutti i principi della filosofia
estetica giapponese sono già consolidati e fissati e trovano
nella teorizzazione della bellezza occidentale nient'altro
che un riscontro perfetto . In Giappone il bello è sobrietà,
ordine, semplicità e perfezione. Lo si può intravedere
negli origami, le sculture in carta realizzate senza scalpelli
con la precisione delle pieghe e la fluidità dei movimenti
delle dita, nei giardini e negli antichi abiti. E ha un
sapore ancora tutto giapponese".
I.S.U.
- "...e qual è
il Suo ideale estetico?".
REBAGLIATI
- "Il mio ideale
estetico coincide con il divenire del mondo. Il bello
come lo concepisco io non è dotato di contorni definiti,
ma si configura come una realtà magmatica in continua
evoluzione, come un cantiere a cielo aperto, una statua
non ancora completata, un libro senza una fine. E' un
ideale che stimola la curiosità e premia le buone qualità".
I.S.U.
- "Cosa sono per
Lei le buone qualità?".
REBAGLIATI
- "La
tensione verso la ricerca del bello attiva e potenzia
le nostre buone qualità: la curiosità, l'ambizione
e la determinazione vengono amplificate positivamente
al fine del ricongiungimento con il nostro ideale estetico".
I.S.U.
- "Come sono espresse
in Giappone le buone qualità, a cui Lei ha accennato?".
Potrete leggere la risposta
tra qualche giorno in questa sezione.
Data dell'ultimo aggiornamento: 04.02.2008
E' possibile contattare Gabriele Rebagliati, partecipando
al suo forum.
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