| Jean-Philippe
Pettinotto
- intervista "e mail"
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I.S.U.
- "Innanzi tutto
grazie per aver accettato di fare parte della nostra comunità
scientifica. Desideriamo, per prima cosa, chiederLe cosa
Lo abbia condotto agli studi letterari".
PETTINOTTO
- "Ho scelto gli studi letterari perché volevo fare
"mie" le esperienze dei libri. La letteratura ci insegna
che gli eventi affrontati nei libri sono i medesimi che
si debbono affrontare nella vita. Pensavo che conoscere
la storia d'Achille mi avrebbe reso coraggioso, che leggendo
Madame Bovary, avrei capito cosa fosse la noia. Del resto,
lo studio delle lettere è l'unico, in cui gli studenti
sono autorizzati ad annoiarsi! A volte anche i professori
spingono i loro studenti ad annoiarsi. D'altro canto,
la noia è la sede dell'immaginazione, ringrazio questi
professori che ci danno, nonostante tutto, il tempo necessario
alla libera maturazione ed espressione delle idee. In
fondo, ci mostrano che, per ciò che riguarda l'educazione,
il migliore modo di guadagnare tempo è perderne. E poi,
cosa significa studiare lettere. Le lettere sono A, B,
C fino a Z. Niente di che. Ma la letteratura ricostruisce
la complessità dell'agire umano. Questo desideravo capirlo.
La consideravo un'introduzione all'esperienza della vita.
Così l'ho studiata. Lo studio delle lettere riserva
delle sorprese, non presenta vicoli ciechi, anzi, è produttore
di senso. M'insegna un modo di reagire alla idee, alla
realtà dei libri, del mondo e della vita. Mi dà un atteggiamento
critico. E' uno spazio aperto al dibattito. Non sono mai
pacifici gli studi letterari, si tratta di una dialettica
continua. Il critico non si contenta mai. Io non mi accontento
mai. Lo studio della letteratura suppone una contestazione
dell'ottimismo spalancato che la finta allegria circostante
ha la pretesa di volerci imporre, la letteratura suppone
una resistenza, un superamento delle impressioni da cui
si parte. Si tratta di mettere in crisi il mondo, noi,
e il nostro rapporto con il mondo, di usare le nostre
facoltà interpretative per capire il fatto di comunicazione.
Ecco, io, in quanto studente, sono sospettoso nei confronti
della parola, disprezzo l'eloquenza. Volevo, iniziando
a studiare, riuscire a comunicare con gli altri in modo
corretto. Mi sono poi accorto che era un'utopia. Da un
punto di vista universitario non ho mai conferito importanza
ai voti, non mi sono preoccupato degli esami, ma mi sono
preparato ad esser un Uomo. L'esercizio del proprio pensiero
può divertire, esaltare, fare male, anche, ma permette
di uscire dalla norma. Il pensiero non è uno show televisivo.
Non facciamo la corsa con nessuno quando ci interroghiamo
su un autore. Non siamo lì per ricevere un applauso! C'è
una passione nel mio studio, ma la passione non può superare
la chiarezza. La letteratura tende ad un linguaggio metaforico,
figurale, visionario, tende alla vaghezza, alle parole
nebulose. Il mio compito di studente non è di fare poesia
ma di studiarla e di capirla. Spesso non ci riesco, ma
almeno non ho il rammarico di non aver provato, e poi,
avrò, spero, forse per un lettore solo, scatenato un'
energia critica nuova, trasmesso e sussidiato idee in
un linguaggio chiaro, avrò quindi aperto una nuova lettura.
C'è una continuità del pensiero, e la letteratura d'invenzione
è il principale veicolo di questa continuità".
I.S.U.
- "Ha dichiarato
di essere sospettoso nei confronti della parola: perché?
Cos'è per Lei la parola? Che rapporto intercorre
tra parola e letteratura?"
PETTINOTTO
- "Qual
è la natura del legame che unisce la letteratura alle
parole, anzi al discorso sociale? Prima di tutto per discorso
sociale intendo il complesso di parole, orali o scritte,
prodotte dagli agenti di una società data. La prima cosa
di cui non fidarsi, quando si parla di letteratura, è
che in realtà si parla di un'altra cosa: si parla di un
discorso fatto dalla letteratura sulla letteratura. La
letteratura non si fonda sulla parola, ma sul silenzio.
Non importa cosa dice un testo, ma cosa esso "non può
tacere". Le cose più importanti nella letteratura, come
nella vita, raramente si dicono. Come spiegarci poi, che
nelle biblioteche, tempi in cui si custodisce la letteratura,
la parola sia vietata? Due sono le principali differenze
tra il discorso sociale e la letteratura. Quest'ultima
si può fare soltanto attraverso testi il cui argomento
è caratterizzato, in primo luogo, da una palese ma contestabile
intenzione estetica, e, dove, in secondo luogo, la funzione
poetica del linguaggio costituisce il senso. La letteratura
è sempre forma e senso insieme. Essi sono inscindibili.
Al di fuori di ogni tessuto teorico, la letteratura si
presenta nella società come un circuito di cui il lettore
non è l'ultimo anello della catena, bensì, il primo. E'
lui a fare l'opera. Poniamo l'ipotesi che il senso non
venga dato dall'autore, a monte, nella produzione, ma,
a valle, nella ricezione: quest'ultima, per forza, diviene
molteplice. Se si considera la letteratura dal punto di
vista della ricezione, cambia tutto. I lettori chi sono?
Che cosa capiscono di ciò che leggono? Cosa dicono di
capire, e cosa ne fanno? L'opera, e le parole dell'opera,
non possono aver mai un significato giusto, legittimo,
ufficiale, sono porose, hanno diversi sensi che cambiano
secondo ogni lettore. Ogni parola ha un senso fra gli
altri. Le parole non sono segnali di rotta che disegnano
un cammino, ma frecce di una bussola impazzita, che ci
indicano dove perderci. Non sono le parole a fare il poema,
è il poema a fare le parole. Le parole intese come
unità linguistica, parole rare o banali, non danno, propriamente,
corpo al poema. Prova di ciò è che si può trovare la stessa
parola in un poema di Ungaretti, o di Victor Hugo, o di
Saadi Hafiz, ed avere davanti a sé poemi del tutto diversi.
Riflettere sulle parole è già scabroso in sé, e qui sembra
di cadere in un paradosso che farebbe l'elogio degli scrittori
per il loro scacco, per il loro insuccesso nella comunicazione.
Riflettendoci bene, uno scrittore non vuole mai scrivere
ciò che scrive! Lo scrittore non è mai quello che in filosofia
si usa chiamare un "soggetto" ovvero, un individuo cosciente,
unitario e volontario che ha delle intenzioni, che sa
ciò che fa, che fa ciò che sa. In letteratura l'intenzione
è sempre squalificata. Essere in presenza di un'opera
letteraria non significa essere in ascolto dell'artista
per raccogliere le sue confidenze, il suo messaggio, perché
ciò che l'opera è, l'artista non lo sa nemmeno prima d'essere
anche lui, come noi, sorpreso da essa. L'artista dice
ciò che fa. L'artigiano prova a fare ciò che dice. Dunque,
dal momento che non vi è un senso nel principio delle
parole, io le contesto. Sono sospettoso soprattutto della
parola quotidiana perché essa si situa nelle zone superficiali
dell'io. Se considerassimo la parola come uno strumento
capace di legarci al mondo ed agli altri, non potremo
mai avere, con questi ultimi, un rapporto profondo, intenso
e perspicace. Essa non riesce a rendere l'uomo all'uomo,
il quale nella sua profondità si percepisce indifferente,
isolato, straniero. Le parole, quindi non costituiscono
un legame per natura, tra l'uomo e la divinità, tra l'uomo
e la donna, tra il sapiente e l'ignorante. Essere legame
non è mai una qualità intrinseca della letteratura. Ritengo
scivolosa ogni forma di comunicazione delle idee col linguaggio.
La natura assolutamente intima e personale del pensiero
è puntualmente tradita dall'essenza collettiva del linguaggio.
Le parole con le quali tentiamo di tradurre le nostre
proprie idee tanto più hanno uno specifico valore, tanto
meno ne hanno per gli altri. Esse possono solo aspettare,
senza mai tuttavia determinarlo, il movimento di comprensione
altrui. Le parole non funzionano, però non possiamo fare
a meno di utilizzarle. Per il momento forse non abbiamo
ancora trovato uno strumento espressivo più efficace per
una reale simbiosi con tutto ciò che sta fuori di noi.
Intanto sono portato a considerare quell'aspirazione umana
che si chiama letteratura come un bisogno, cioè come l'espressione
concreta di un voler viver o, diciamo così, di
una ricerca delle condizioni della realizzazione ideale
di sé. Come esistono, d'una parte, i bisogni vitali del
nostro organismo, legati alla vita e alla specie umana
(mangiare, bere...) così esistono anche, d'altra
parte, i bisogni spirituali della persona, come l'amicizia,
la giustizia, la libertà, che sono la linfa vitale dell'umanità.
La letteratura ne sarebbe il testimone, il garante, il
catalizzatore. Così, io mi sono rassegnato alla
letteratura. Non so quasi niente di me stesso, né tanto
meno delle cose della natura, di cui percepisco appena
la superficie. La letteratura, per me, s'impone, allora,
come superiore, per esempio, alla scienza, in quanto produce
volontariamente delle illusioni, riconosce ed afferma
che le illusioni sono necessarie alla vita. Dare alla
propria vita un senso estetico non è, secondo Nietzsche,
il mezzo di appropriarsi le forze e le leggi che la natura
tiene segreta, impedendo così all'uomo di conoscere?
Quale lo strumento, il più palese, per dare immediatamente
un senso estetico alla propria vita? Forse quello che
solo l'uomo è in grado d'usare: il linguaggio. Infatti,
mentre i gridi degli animali esprimono solo emozioni,
la paura, la soddisfazione, il verbo dell'uomo non potrebbe
mai essere il risultato di un condizionamento. L'uomo
è il solo capace di pensare ciò che dice e dire ciò che
pensa. Linguaggio e pensiero si presuppongono reciprocamente:
la parola non traduce un pensiero già fatto, ma lo realizza,
lo compie. Il senso delle parole è dato dalle parole stesse.
Henri Bergson rileva l'incapacità del linguaggio a cogliere
le impressioni fugaci che costituiscono la nostra vita
interiore. Le parole conservano delle emozioni nostre,
dei sentimenti nostri, solo il loro aspetto più comune,
cioè il più impersonale. A queste parole ricevute e già
insediate, annidate, si oppone nel mondo il verbo originario
del poeta in cui ogni parola, come per un "fanciullino",
è una prima volta. Solo l'artista, lo scrittore riesce
a raggiungere la realtà del mondo esteriore e quella del
suo mondo interiore, poiché riesce ad allontanare i simboli
che ci danno le cose in modo comune per favorire soprattutto
l'azione e il pensiero umano. La comunicazione è illusoria,
però questo non vuole dire che l'umanità sia destinata
a parlare senza dirsi nulla. Se tutto mi fa dubitare della
possibilità stessa della comunicazione delle coscienze,
tuttavia alcuni uomini, gli scrittori, sono riusciti a
staccarsi dalla forza dominatrice e pietrificante delle
abitudini estetiche, sociali, culturali per proclamare
idee morali nuove e rivoluzionarie, le quale permettono
di sviluppare un po' di più la "condizione umana". La
letteratura parla della vita e non leggere significa perdersi
una buona parte di ciò che significa essere uomini. Forse
"sbirciare" un pochino nella vita degli altri ci può aiutare
a comprendere meglio la nostra. Dare un senso estetico
alla propria vita si potrebbe intendere in questi termini:
trovare un linguaggio nostro, parlare nonostante la condizione
tragica della vita umana, parlare ancora, dire ancora
sempre, senza fermarsi mai".
I.S.U.
- "La parola per
essere compresa deve sottostare ad una decodifica sociale
e, pertanto, "non funziona". Intravede una evoluzione
in tal senso? Individualità e collettività
sono destinati a rimanere adiabaticamente separati per
corrispondere alle rispettive realtà? La parola
è una dimensione altra, autonoma e falsa o una
strategia di istinti, agenti su di un piano superiore?
L'umanità è il risultato della propria espressione?
PETTINOTTO
- "Secondo
Durkheim la società esprime l'esistenza della coscienza
collettiva, con la proiezione nel Cielo di un Dio trascendente.
Questo sentimento del religioso è l'unico testimone di
una realtà umana permanente e s'impone alle coscienze
individuali con un carattere sacro, assoluto, obbligatorio.
La coscienza collettiva sembra quindi una realtà enorme,
potente, illimitata, infinita. Essa scatenerebbe un'energia
che i sentimenti individuali non possono raggiungere.
Se vogliamo credere al progresso morale, diciamo come
lui, che le grandi idee morali, gli ideali umani sono
frutto dell'intensità sociale di tale periodo, di tal
entusiasmo collettivo: La Riforma protestante, Il Rinascimento,
la Rivoluzione francese, Il Risorgimento, e così
via. Io preferisco essere più relativistico. Certo la
coscienza dell'uomo e i suoi ideali morali non gli appartengono.
Non ne è il creatore, bensì li riceve come risultanti
della sua partecipazione permanente alla società.
Il problema della parola si pone quando questa coscienza
comune chiede più giustizia nei rapporti umani, ossia
quando essa si propone, non dico di migliorare l'uomo,
ma di rendergli più chiara la sua fine, affinché egli
trovi i mezzi di realizzarla. Come parla la coscienza
collettiva? Quale la sua voce? Non la sento. La nozione
di progresso morale, come pieno germogliare dell'uomo,
presuppone tre cose: primo, l'esistenza di una natura
umana; secondo, la continuità storica del genere umano;
terzo, l'orientamento del divenire storico verso la realizzazione
terrestre del Bene. Oro, sono assai esistenzialista su
questo problema. L'esistenzialismo che definisce l'uomo
per la sua dimensione esistenziale, che considera gli
uomini, come esistenti, presi in determinate situazioni,
diversi secondo la contingenza delle loro posizioni nel
mondo, mi conduce a negare il primo punto, ovvero l'esistenza
di una natura umana. Inoltre, invece di parlare di continuità
storica delle culture, preferisco parlare di più civiltà,
uguali in valori, più o meno indipendenti. Infine, nego
il valore escatologico della regia del bene. Uno scrittore
come Cesare Pavese, ci illustra che il futuro è solo la
ricerca della felicità infantile, il ritorno al grembo
materno, al paese natale. Non adiamo mai avanti: torniamo.
Non vorrei fare il pessimista, mi vedo costretto a constatare
che le parole, tra il progresso della conoscenza e il
progresso morale, non fanno da legame. Su questo problema
non mi aiutano né Descartes, né Spinosa, né Condorcet,
né Auguste Comte, né Hegel, né Marx. Loro ammettono l'esistenza
d'un principio immanente e dinamico che, per natura, è
orientato verso lo sviluppo della persona umana: il volere,
il genio dell'universo, e così via. Alle parole,
io attribuisco il valore consolatorio che Schopenhauer
attribuisce all'arte, esse hanno l'effetto di staccarci
dalla vita, non di farcela dimenticare, di introdurre
tra essa e noi, lo spazio necessario al pensiero. Ecco
cosa sono le parole: i forcipi del pensiero. Sono la tenaglia
che tengono aperto uno spazio nel quale si consuma lo
scontro tra collettività e individualità, tra immanenza
e trascendenza, tra ottimismo e pessimismo. Fin tanto
che la vita quotidiana è fatta di azioni consuete e di
comunicazioni stereotipate, finché c'è superficialità
nel nostro dire, le parole moltiplicano i nostri rapporti
col mondo e con gli altri. Tuttavia, ci sono momenti in
cui un io profondo cerca di esprimersi e lì non ci sono
più parole. Uno si trova nel silenzio, fra mille cose
indicibili, perché nessuno gli sa, né gli può rispondere.
E' tutto il senso dell'opera di Natalia Ginzburg questo.
L'esperienza della solitudine per esempio c'insegna che
non possiamo aver con gli altri che delle relazioni esterne
e superficiali. L'interlocutore può essere l'uomo più
aperto del mondo, ma quell'io sarà sempre straniero di
fronte a lui. Il dolore poi, ci rivela il nostro isolamento;
la disillusione anche, la morte. Il pensiero viene tradito
dalle parole, dicevo prima, perché il linguaggio è collettivo.
Può darsi anche che ci sia coincidenza tra la suggestività
e l'indicibile. La vera comunicazione, e quindi lo scopo
più alto delle parole, può svolgersi soltanto all'infuori
del compiacimento con se stesso, cioè nella riflessione
principalmente. Una riflessione che fa male. Una riflessione
senza cortesia, senza "per favore". Una riflessione non
per forza legata all'introspezione. Una riflessione dialogica,
come stiamo facendo adesso, che produce eccitazione del
pensiero personale dal pensiero altrui, una riflessione
in cui zampillano, spero, nell'allegria comune, idee,
che si generano, chissà, forse un pochino per il bene
collettivo".
I.S.U.
- "Quale rapporto
intercorre tra materia e parola?"
PETTINOTTO
- "Non
penso che ci sia un legame tra parola e materia. Direi
un'intuizione, una modalità conoscitiva che mette lo spirito
in presenza del suo oggetto. Intendiamoci: il linguaggio
è la facoltà o l'attitudine a costruire sistemi di segni;
la lingua è lo strumento di comunicazione proprio alla
comunità umana; la parola - quella che c'interessa - è
l'atto individuale col quale si compie la funzione linguistica.
La filosofia del linguaggio chiama la pragmatica un certo
approccio del linguaggio che tende a considerare quest'ultimo,
non solo dal punto di vista sintattico o semantico ma
anche come un atto. Il filosofo inglese J.L. Austin mostra
bene come alcune frasi non sono solo delle asserzioni
o delle proposte descrittive ma degli atti veri e propri.
La parola non descrive uno stato di cose: essa compie
un'azione. Ci sono tanti esempi: quando il sacerdote dice:
"Ti benedico", egli sta benedicendo; quando uno scrive
"Lascio in eredità i miei beni a mia moglie", sta donando
i suoi beni a sua moglie. Ovviamente tale dimensione suppone
spesso delle condizioni d'adempimento che passano inavvertite.
Quando uno dice "Giuro di dire la verità, nient'altro
che la verità", l'atto che sta compiendo non si vede,
perciò il discorso può esser frainteso; infatti quell'individuo
può sempre mentire. Allo stesso modo la finalità stessa
delle nostre azioni può esser fraintesa da questa dimensione
pragmatica del linguaggio: ogni sera dico alla mia fidanzata:
"porto l'immondizia fuori", ovviamente non lo faccio,
quindi si arrabbia, però, non è mica colpa mia se le parole
non sono in grado di buttar fuori le immondizie - pure
differenziate - Queste analisi attualizzano le preoccupazioni
che già travagliavano Platone quando egli temeva il poter
delle parole. E' un vecchio sogno per l'uomo di poter
agire con le parole sul mondo concretamente: Dio ha creato
la luce, parlando. Il sesamo è una parola magica che apre
le porte. Tutti noi speriamo che il nostro dire sia seguito
da un'azione, ma questa speranza è anche pericolosa. La
parola che il padrone rivolge allo schiavo non ha altre
pretese. Ognuno di noi misura ogni giorno quant'è difficile
trovare parate al deviamento sempre possibile delle parole
per fini personali o violenti. Una volta, quando il re
nominava uno scudiero cavaliere, diceva: "Ti dichiaro
cavaliere" e, di fatto, lo scudiero era investito di una
carica tale da cambiarlo da così a cosà.
J.L. Austin chiama "performativa" quella dimensione
del linguaggio. Un suo famoso libro ha, del resto, per
titolo "Quando dire è fare". Adesso, nella realtà quotidiana,
tutte le frasi si vagliano. Prendiamo una frase a caso
nella Repubblica, se leggiamo: "Il governo ha sbagliato
a non garantire immunità a chi conduceva la trattativa"
o contestiamo l'azione evocata e diciamo: "il governo
potrebbe anche non aver sbagliato niente" o contestiamo
le parole interrogandoci su ciò che costituisce questo
sbaglio: le sue cause e le sue conseguenze. Il contenuto
di questa frase può esser vero come falso, non lo giudico,
ma dico che una frase simile è pericolosa in quanto manipolabile.
Nel linguaggio politico è curioso come si usa di raddoppiare
la dimensione pragmatica con delle frasi del genere: "non
mi faccio illusioni". Lì possiamo francamente dubitare,
prima, se davvero il ministro - citato qui - è così lucido
di quanto dichiara, secondo come fa concretamente a non
farsi delle illusioni? Qual è il compimento concreto della
sua lucidità? come si manifesta? Questo è interessante
sapere. Occorre essere attenti a questi sdoppiamenti.
Sono quasi dei pleonasmi. Invece di dire che "fa" anzi
che "sta facendo", uno dovrebbe FARE. A me sta anche bene,
che uno perda il suo tempo a dire ciò che -forse- fa,
farà, farebbe, ma dubito che coloro che usino tale formule
linguistiche, gli uomini politici in particolare, siano
così convinti della genialità della linguistica performativa
e applichino con fervore le idee di J.L. Austin, o di
Ludwig Wittgenstein. Forse mi sono allontanato della domanda
iniziale. La materia, intesa come la totalità degli elementi
costitutivi della realtà fisica, non ha un legame con
le parole: è fatta di parole. Non chiedermi la formula
atomica di questo strano elemento: nella tavola periodica
non c'è. Non sono né particelle né molecole, eppure hanno
a che fare col mondo concreto: occupano uno spazio geometrico.
Scritte si espandono sulla pagina, orali, bisogna pure
che occupino lo spazio che va di una bocca ad un orecchio.
Per Aristotele, la materia è ciò che può ricevere una
forma. sono assolutamente d'accordo sul fatto che ci siano
delle forme pure, ovvero delle cose che, senza aver di
realtà fisica, esistono in un altro modo: nel pensiero
per esempio, o nel mondo superiore delle Idee come direbbe
Platone, ma per ciò che riguarda le parole esse sono forma
e materia insieme. Dicevo prima che non c'era un legame
tra parola e materia, ma un'intuizione, direi piuttosto
adesso: l'intuizione d'un legame incancellabile tra forma
e materia. Certo, le parole hanno una materia: l'inchiostro
o la vibrazione dell'aria, hanno una forma anche: un segno
nero su una pagina bianca, una zampa di mosca sullo schermo
luminoso d'un computer, la tonalità di una voce, e così
via. Nessuno ne può contestare materialmente l'esistenza,
però abbiamo il dovere di dubitarne e di considerarle
per ciò che sono: degli oggetti potenzialmente pericolosi
in quanto sottomesse alle intenzioni, a volte malvagie,
di chiunque.
I.S.U.
- "...e tra energia
e parola?"
PETTINOTTO
- "Se
vogliamo pensare la potenza energetica delle parole in
confronto all'incerta passività della loro materia, ne
dobbiamo considerare, prima di tutto, la forza, ovvero
la loro potenza d'azione, la loro capacità di convincere
e di modificare lo stato di un corpo qualsiasi abbandonato
a se stesso. Lasciamo perdere, per adesso, la loro capacità
morale o intellettuale a cambiare effettivamente le cose,
perché questa capacità rileva del carattere o della volontà
di chi le pronunce o di che le scrive. Si parla di "energia"
o di "forza" per designare le capacità fisiche, obiettive
e misurabili, in grado per esempio di indurre un movimento
ad un oggetto dato, di scatenare una reazione materiale,
di rompere una resistenza, e così via. Hanno le
parole queste determinazione sugli oggetti del mondo e
su di noi? Ci sono, secondo me, delle parole capaci di
cambiare del tutto una situazione: un "si" o un "no",
un "perché no" e un "mai". Se al matrimonio la sposa dice
"no", questa parola cambia tutto. Anche il "sì"
cambia tutto. Quindi non è la singolarità dell'esempio
ad aver un'energia da cambiare le cose da così
a cosa, è proprio la parola stessa. Se dico alla mia panettiera
"Buongiorno", "per favore", "grazie", cioè insomma, se
uso le formule di cortesia (che poi, possono essere soltanto
parole non sincere) potrò ottenere forse qualche salatino
in più. L'uso dell'imperativo poi è sempre segno di forza,
d'energia: "alzati", "fai" sono produttrici di movimento,
"taci", "smettila" lo fermano. Ogni insulto provoca una
reazione, scatena l'ira o intimidisce. Come si valuta
una forza fisica in funzione degli effetti che essa produce
o che può eventualmente produrre, si può misurare l'energia
di una parola sull'effetto che essa produce in noi: la
parola "gorgo" fa venir l'ansia, la parola "lecca
lecca" fa piacere, la parola "ninnananna"
instilla l'idea del dormire, non la ninnananna stessa,
che se mal cantata può anche svegliare il bimbo. L'evocazione
di un defunto provoca nostalgia, nel peggiore dei casi,
il pianto: è un'energia. Si passa da uno stato A a uno
stato B, talvolta diametralmente opposti se si pensa al
fatto che tale evocazione può esser sollevata durante
un momento di generale allegria. Tale dimensione formalista,
concreta è comunque limitata. Le parole ne hanno un'altra
che rileva del loro contenuto psicologico, usato come
tale dallo scrittore, o da chi le dice. Hanno una forza
morale emancipatrice o addirittura creatrice, che non
si può misurare: Il famoso "J'accuse" è una cosa enorme
da questo punto di vista. Nello svolgimento caotico di
un processo scandaloso al massimo, ecco che un uomo determinato,
autonomo, indipendente di spirito pone una parola ed essa
si diffonde nel mondo - il fatto che quest'uomo si chiami
Emile Zola non c'entra gran che - Egli non alza la voce.
Dice solo la realtà dei fatti e questo basta a se stesso,
non ha da imporre la sua volontà, anzi la sua parola fa
la sua volontà. Il più "forte" quindi non è per forza
colui che vuole far del male, o fare del bene, non è nella
volontà: è una qualità moralmente neutra, e da cui solo
un uso violento implica una reazione violenta. La parola
suppone l'idea di un'energia attiva o di un poter efficace,
cioè tendono a produrre effetti reali. Non dobbiamo quindi
pensare la parola come presa nella dialettica azione/contemplazione,
perché appartiene ad entrambi. Non ha senso ne scopo una
parola che sta fuori della vita. Il mondo del nostro conoscer
deve essere anche il mondo reale, di fatto la poesia non
è una sfera separata della vita, non è al di la del mondo
empirico ma è reale! La poesia in quanto partecipa della
libertà degli uomini, come attività autonoma è
anche un elemento dell'esistenza fisica dell'uomo. Se
nella contemplazione estetica scompare già il soggetto
individuale, ossia se di fronte ad ogni conoscenza sostanzialmente
nuova si apre la possibilità di impegnarsi nella poesia
fino a dissolverla in noi, questo vuol dire che è
la poesia o l'essere del nostro essere, oppure la sostanza
dalla quale l'uomo nasce. L'uomo, inteso come ente della
natura, è solo in quanto la poesia, cioè la parola, lo
produce. All'uomo, per natura, non è data la scienza ma
la conoscenza e la parola, ossia la poesia. Che cos'è
la risorsa dell'uomo? L'intelligenza, l'amore, la poesia?
Certo la ragione non saprebbe dare una risposta totale
e necessaria, l'uomo non è riducibile né alla poesia,
né all'amore, né all'intelligenza, anzi, come direbbe
Fabrizio de André, riprendendo Edgar Lee Master: "Non
al denaro, non all'amore, né al cielo". E' importante
però ricordare che perduti tra l'eterno e il temporaneo,
tutti gli individui hanno un'assoluta realtà di parola,
potenzialmente poetica. Con questo forse ci salviamo,
e la parola non è "vana".
I.S.U.
- "La parola è,
con i numeri, una delle poche opportunità di descrizione
del "non reale", che reale ci appare, una volta
dichiarato. Quale rapporto pensa tra parola ed invisibile,
tra trascendente ed immanente. Le religioni monoteiste
si rifanno a parole scritte. La fisica ci descrive un
universo probabilistico dove l'esistere è una probabilità,
il tempo una dimensione e nulla è facilmente descrivibile
a parole, ammesso che esso sia. La genetica ci presenta
l'esistenza come configurazione di geometrie interattive,
che ci conducono lontano dalle abituali categorie morali.
Più cerchiamo risposte e più troviamo quesiti,
alcuni dei quali procurano notevoli imbarazzi etici, per
i quali sembra non si abbiano, più o ancora, parole.
Da un milione e mezzo di anni ci stiamo nutrendo di letali
miraggi, causati da una inadeguata dialettica esplorativa?
E se il famoso cinematografico "stargate" fosse
una "parola", una espressione, più evoluta?
La nostra "parola" è giunta al termine
della sua esistenza funzionale? E' una patologia, una
non conformità evolutiva giunta all'estremo limite
o sarebbe plausibile contemplare altre soluzioni: quali
scenari potrebbero essere considerati? Questo senso di
inadeguatezza linguistica si placherà o siamo destinati
a stare "come, d'autunno, sugli alberi, le foglie?"
PETTINOTTO
- "La
maggior parte delle imprese letterarie del Novecento constatano
che il linguaggio non riesce a render conto del reale
: invece di esprimere le cose o i sentimenti, come una
volta, le parole li nascondono, li denaturano, li modificano.
Questo divorzio ha spesso condotto gli scrittori a rovesciare
il linguaggio, a distruggerlo. Era una letteratura sovversiva,
rivoluzionaria che sfasciava, senza permesso, l’ordine
consueto dello scrivere. Quest’operazione di distruzione
del linguaggio, non penso che abbia portato alla luce
una nuova trascendenza, ma ha invece rilevato la palesa
materialità della lingua, il carattere concreto delle
parole. Col formalismo non abbiamo fatto un passo avanti
verso la dematerializzazione dell’arte, di cui parla Hegel.
E’ ormai tempo di smetterla di pensare la letteratura,
il cinema, o l’arte in genere come l’illustrazione d’un
pensiero prestabilito: siamo presi nella materialità.
E’ come se gli strumenti del pensiero si fossero sostituiti
al pensiero stesso. Non conta più l’idea, ma il modo di
raggiungerla, il mezzo impiegato per raggiungerla, così,
adesso, ascoltare musica vuole dire pensare, guardare
un quadro è già un atto di riflessione. Neanche l’arte
detta “concettuale” riesce ad evadersi dal reale, perché
ha bisogno di un apparato discorsivo e filosofico pesante.
Io non cerco mai il senso di una pittura contemporanea:
guardo il dipinto, la macchia gialla su quella azzurra,
e mi dico: “bah, è soltanto pittura!” voglio dire: è solo
la materia oleosa e viscida che chiamiamo pittura. Niente
di più. E’ pittura concreta. Non la guardo però come quella
della parete vicina, ma lì è un altro problema. Lì è il
luogo che mi condiziona, il quadro fa sì che m’interrogo
sulla pittura di dentro piuttosto che su quella di fuori,
ma detto questo la differenza sostanziale -misurabile,
per esempio, con il loro valore cromatico- tra il colore
della parete e quello di questo dipinto che si stende
sotto gli occhi miei, non c’è. Sarà forse diversa la funzione,
ancora che non mi sento di dire che una è gratuita e l’altro
no. Forse è scomparso il carattere funzionale delle parole,
oppure è scomparso l’oggetto della loro funzionalità.
Nessuno non cerca più il Bello - sappiamo che non c’è
- al massimo si cerca un bel modo di dirlo. Non è l’idea
del Bello che importa, ossia il Bello nella sua essenza,
ma la parola capace di cogliere ciò che relativamente
riteniamo tale. Ciò che dico per il Bello e le parole
vale anche, per esempio, per il Giusto e le immagini.
Jean-Luc Godard usa, in francese però, un famoso gioco
di parola dicendo: “Ceci n’est pas une image juste, c’est
juste une image”- Questo non è un’immagine giusta, è soltanto
un’immagine”- Godard ci dice contro Platone: ci sono delle
immagini che non mirano alla Giusto. Ci sono immagini
che non hanno la pretese di dire il Vero, ma che si danno
soltanto come delle immagini nella loro materialità d’immagini.
Secondo Gilles Deleuze, il cinema c’insegna a credere
a questo mondo qua, il mondo in cui vivono anche gli idioti
- come dice lui -. Occorre essere pienamente in questo
mondo qua: le apparenze sono emissari del mondo vero.
Per impugnare la dialettica platonica tra la ginnastica
–attività che lavora al mantenimento e alla conservazione
del corpo - e la cosmetica – attività che lavora all’apparenza
del mantenimento e della conservazione del corpo-, Jean-Luc
Godard ha un’altra battuta famosa; infatti dichiara: “il
cinema è un ramo dell’industria cosmetica”. Oltre alla
suggestione ben trovata del trucco, ritroviamo l’idea
di una dialettica sbagliata fin dall’inizio. Un’immagine,
una parola, non rimanda a nessun’altra realtà al di fuori
di lei. Mi si chiede quali scenari potrebbero essere considerati
come forme d’espressività al di là delle parole, anzi,
al di là della materialità dello strumento comunicativo,
qualsiasi strumento sia: immagine cinematografica, fotografica
o pitturale, musica, scultura… Un modo famoso consiste,
per esempio nel “ragionevole deregolamento dei sensi”
d’Arthur Rimbaud, ovvero usare la ragione in modo tale
da fare che i sensi si mescolino, cosicché ciò che vedo,
l’ascolto! Fare che una forma grafica diventa un suono:
“L’occhio ascolta” diceva Paul Claudel. Occorre che i
sensi si organizzino con anarchia. Una statua si dovrebbe
contemplare con le mani. Una volta, al museo, mi sono
azzardato a farlo, accarezzando le cosce di qualche Venere:
mi hanno quasi dato del perverso! Meno male che non era
una statua di Eva, mi avrebbero pure dato del sacrilego!
Me la sono cavata spiegando che Riegl oppone alla percezione
ottica la percezione tattile e che l’invito a mescolare
le due, nella sua opera, era grande. Un altro scenario
sarebbe forse nel virtuale: sogniamo un’arte senza materia.
Ci sono su internet delle esperienze poetiche assai importanti,
ci sono dei musei da visitare in 3D e così via,
ma non è un’innovazione in realtà: si cambia solo di sopporto,
non d’estetica. Aspettiamo ancora un po’. Verrà qualcosa.
Gli ologrammi sono ancora da venire. Vedremo. Lasciamoci
sorprendere. Le parole non imitano la natura, hanno una
loro materialità, non ci danno accesso alla trascendenza.
Rendono visibile l’invisibile ma non mirano per forza
a qualcosa d’astratto, al di fuori della realtà terrena.
Non è felice colui che trova il Bello. La felicità sta
nel fatto di esser capace ad interessarsi al Bello. Un’opera
d’arte, una parola non è l’imitazione di una natura sensibile
o intelligibile: è il punto di partenza di un’esperienza
in grado di liberare un rapporto nuovo all’Uno. Mi si
parla della scrittura delle religioni monoteiste, che
si fanno a parole scritte. Io, preferisco dire che le
parole scritte fanno le religioni monoteiste. Il mondo
Biblico per esempio, non si dà in un modo realistico,
eppure pretende dire la verità. La differenza tra lo stile
omerico, cioè la letteratura, e il testo biblico, cioè
la religione, sta nel fatto che nel primo, c’è una totale
trasparenza, nel campo semantico tutto è visuale, è tutto
al primo piano; nel secondo, ogni elemento non viene mai
dato solo per se stesso, c’è un secondo piano, una tensione
con l’assenza. Il testo biblico richiede un’interpretazione,
Omero ci da l’uomo come uno spettacolo. Certo dove la
Bibbia ci parla di piccola gente, d’umili pastori, Omero
ci parla d’Ulisse, d’eroi sovrumani, eppure egli ci da
dei dettagli realistici e concreti, senza però pretendere
tirannicamente al vero. Ci sarebbe ancora tanto da dire.
Non penso che si tempererà un giorno questo senso d’inadeguatezza
linguistica dell’uomo al mondo, almeno che egli taccia,
ma è poco verosimile. Tentiamo così tanto di ordinare,
d’interpretare, di controllare tutto, che abbiamo finito
per aver una visione talmente sintetica del mondo da dimenticarne
l’immensità. Sono bastate due parole a Ungaretti per dire
questo".
I.S.U.
- "Esiste un rapporto
tra felicità e conoscenza? Se esiste, le parole
che ruolo giocano?
PETTINOTTO
- "Non
si può dare una definizione universale della felicità,
valevole per ogni essere ragionevole, perché questa è
legata alla soggettività ed alla sensibilità di ognuno.
Non si lascia afferrare né ragionevolmente né empiricamente
perché dipende da condizioni che superano la semplice
volontà. Una vita felice suppone quindi di non essere
impedita da ostacoli esterni, ciò vuole dire -come sosteneva
Kant- che la felicità non è un ideale della ragione, ma
dell'immaginazione. Forse lì il nesso con le parole c'è.
Se la felicità appartiene alla sfera dell'immaginazione,
non può essere proposta come fine dell'azione morale:
si può, infatti, esser felici senza esser virtuosi, ed
essere infelici essendo virtuosi. Felicità e virtù non
sono legate. L'azione morale non rende l'uomo felice ma
lo rende degno di esserlo. Ora, questa dignità si gioca
nelle parole, esse sono la sede di ogni scelta, sono il
vettore dell'intelligenza. Al principio dell'azione morale
c'è la riflessione, la discussione, il Verbo. Si tratta
di sapere se la felicità sia il maggiore fine dell'uomo
o se ce ne siano altri come la giustizia, la libertà,
l'amore. Per Aristotele, Epicuro o gli stoici la felicità
perenne è fondata su una vita virtuosa guidata dalla ragione
perché la ragione è la maggior facoltà dell'uomo e deve
essere al principio delle sue scelte: bisogna ordinare
i suoi desideri ed accettare, chinando il capo, l'ordine
del mondo. L'atarassia, questa concezione negativa della
felicità, fa "pendant" ad una vita pienamente
umana, cioè liberata dai bisogni e dedicata all'intelligenza,
ma, nello stesso tempo a che fare con una forma di rassegnazione,
cioè di silenzio. Ci sono due modi di considerare la felicità:
d'una parte, essa viene considerata come qualcosa che
ci capita così, qualcosa di precaria e non controllabile
che ci succede senza che ce l'aspettiamo. L'uomo muto
accetta la sua sorte, non si ribella, non alza la voce,
non grida: "rivoluzione", egli tace. Da un'altra parte,
la felicità è ritenuta non come un dono silenzioso ma
come qualcosa che può esser prodotto, cioè definito con
tante parole, e così, per via di conseguenza controllato.
Le parole sarebbero in grado di afferrare la felicità
e di crearla. Io tendo a considerare la felicità come
uno stato di fatto da cui le parole possono al massimo
dare testimonianza, ma con umiltà. Ritengo pericoloso
per esempio affermare: "sono felice", qualcuno se lo dice
per autoconvincersi, ovvero perché non lo è ancora oppure
perché non lo è più. Soprattutto se la felicità viene
definita come stato durevole, diverso dal piacere o della
gioia entrambi effimere. Allo stesso modo, se uno dice:
"Sono intelligente", di sicuro non lo è. Chi dice: "Non
mi sbaglio" si sbaglia. E' già un peccato dire: "Non pecco
mai". E' vano perseguire la felicità per la felicità.
La felicità non si persegue. Non si può conquistare. La
conoscenza invece sì, e solo lei ci fa felice, ma non
d'una felicità beata e superficiale: d'una felicità profonda,
a volte anche dolorosa. La conoscenza è un'attività teorica
e disinteressata, che soddisfa un desiderio di sapere
senza preoccupazioni per la sua utilità pratica. E' da
distinguere quindi dall'azione pratica anche se pensiamo
spesso all'efficienza di tale o tale conoscenza. L'importante
è che le conoscenze empiriche si organizzino con l'intelligenza
intorno alla materia sensibile. E' noto a tutti che il
dolore aumenta con la conoscenza. La conoscenza affila
la sensibilità al dolore. La felicità non è legata alla
conoscenza ma all'intelligenza. Credo nella felicità di
una poesia. Sull'eco dei ricordi, sui vetri dell'infelicità,
su tutta l'angoscia nuda, sui rifugi della fraternità,
sull'ovatta delle nuvole, il poeta prova spesso a scrivere
il nome della speranza. Il suo grido, un grido che non
si sa bene chi l'abbia emesso, un grido tra l'urlo del
neonato e l'ultimo rantolo del moribondo; un temporale,
ma un temporale muto in un cielo disperatamente azzurro.
Il poeta scrive fra due batticuori, come se il tempo si
fosse fermato. Non è mai facile scrivere su di lui. Del
resto perché farlo? Si gioca in lui una sorda resistenza
delle immagini davanti al frastornante carosello del verbo
metafisico, ciò che garantisce al lettore un profondo
sentimento d'allegria, nonostante la minaccia permanente
della disperazione, nonostante la presenza dell'insuccesso,
del fallimento e della morte all'interno d'ogni poesia,
è la generosità del suo dire, ovvero delle sue parole,
ossia in somma del suo sguardo sul mondo. Ora bisognerebbe
sapere se la sua ossessione è meno di vedere, cioè di
dire, che di essere visto, cioè; in un certo modo: di
tacersi.. La poesia combatte l'orrore con più orrore ancora.
L'angoscia da lui combattuta, prende la forma, sia come
nichilismo integrale, sia, diciamo, come una possibilità
mortale. Il poeta, dopo la scoperta della sua sofferenza
emotiva, spesso quella dell'amore, decide di piegare i
fatti alla sua volontà: Egli dice per esempio: "Io non
ti immaginerò, e tu non sarai!". Il poeta dice: "Il mio
non pensare renderà possibile un non essere". Il poeta
interamente e completamente disponibile al girovagare,
alla contemplazione, libero fino alla contrazione più
stretta, fino alla misura o la dismisura, fino al margine,
fino alla solitudine. Anche, egli è già condannato (insisto
su questa parola) a vivere senza ringhiera, ossia a perdersi
all'imbrunire fino alla prossima apparizione dello spettro
dell'orrore con il suo corteo d'angoscia, di momento di
violenza appena contenuta, di crisi di alcolismo forsennato
e di violenta e subita disperazione. Spesso a troppo voler
vedere le cose da vicino si finisce per non veder più
niente. E' una pazzia, una pretesa di volere, col testo,
dominare, controllare, essere il padrone, delle proprie
angosce o della propria felicità, anche se nello scopo
nobile e salutare di espiarle e di raggiungere il benessere.
Il poeta si smarrisce in un universo di grande miseria
morale ma questo non gli dà il diritto né il dovere di
sacrificarsi alla causa della felicità. Resta che la sua
poesia possiede la sua potenza tenace e segreta in quest'ultimo
messaggio, questo S.O.S, gettato da lui come una bottiglia
in mare, segnato d'un immenso sconforto e di un'immensa
bellezza: "e tu non sarai!" Si tratta sempre di speranza,
anzi doppia speranza: quella di contornare i tabù, magari
anche la società stessa, con dolcezza, senza farci caso,
come vigliaccamente; ma anche quella di diffidarla e di
vincerla. Gli sforzi del poeta per tornare alle origini
delle sue angosce sono per questo e prima di tutto suggestioni,
minacce e non la rappresentazione precisa e realistica
dell'oggetto spaventoso. I limiti del poeta, fortunatamente
o no, sono anche nella sua perfezione. Vittime delle parole,
del linguaggio, chissà di che cosa ancora, egli resta
alla superficie del suo argomento. Si tratta, leggendo
una poesia, di dimenticare e di farsi dimenticare, di
essere fuori del mondo per non soffrire più. Il poeta
provoca, suscita una serie di esperienze fisiche, emozionali,
intellettuali, senza mai generare nessuna malinconia.
Infatti la malinconia la produce il lettore. Se l'immagine
è sempre sospettosa, c'è un mistero, una complementarità
che stabilisce tra la conoscenza e il dire una dialettica.
Il poeta certamente trova una singolarità propria, ma
non si può dire se questa singolarità sta per salvarlo
o per ucciderlo. Il poeta crede nella felicità, semplicemente
le condizioni per viverla non esistono, nessuno le trova.
Ecco, abbiamo posato una scala contro un muro che va chissà
dove. Non possiamo affermare nulla, solo lasciare il posto
all'immaginazione, alla rappresentazione mentale, ad un
atto di fede, si può dire così. Completamente assorbito
nella bellezza delle parole, sulle quali non ho nessuna
presa se non quel distacco della riflessione, mi abbandono
alla speculazione".
I.S.U.
- "Cos'è
l'intelligenza per un letterato? Che rapporto intercorre
tra intelligenza e parola?"
PETTINOTTO
- "Io
chiamo intelligenza il complesso d'attitudini che consentono
all'individuo di adattarsi attivamente a tale o tale situazione,
più o meno complessa, ovvero i mezzi di quest'adattamento.
Come dice Umberto Eco: sapere vuole dire sapere al momento
giusto, al momento opportuno. Quante volte leggendo un
libro ci diciamo: "Ah! Se avessi saputo questo prima!"
Lì, si fa già un rapporto con la cultura. Conoscevo un
professore - pentito comunista - che mi diceva sempre:
"Peccato che a vent'anni non conoscevo ancora Paul Nizan!"
Lui pensava che la letteratura, la cultura, le parole,
in un certo senso, avrebbero modificato le sue scelte,
avrebbero cioè introdotto in lui l'intelligenza necessaria
per non commettere ciò che ora ritiene essere errori di
gioventù. Avrebbe avuto la consapevolezza di ciò
che occorreva avere per non sbagliarsi in quel momento
preciso della sua vita. E' perché l'intelligenza umana
è legata alla sfera culturale, che non è istintiva. Essa
suppone costruzione e invenzione. Certo l'istinto, anche
lui, consente di adattarsi al reale, ma è un atteggiamento
stereotipato, programmato geneticamente. Le decisioni
dell'uomo, le sue scelte di vita superano il dato biologico
dell'esistenza. Non è neanche più sicuro che l'Umano abbia
un istinto, perciò è resa necessaria l'educazione. Egli
ha bisogno di un insegnamento che lo guidi sulla strada
giusta. Quest'insegnamento si fa con le parole. Sono le
parole a costruire il sistema di valori che orienta l'uomo
quando egli si trova nella necessità di adattarsi al mondo.
Non è il valore esemplare della parola che caratterizza
l'intelligenza: non è perché uno ci dice "No" che dobbiamo
ubbidire, non è perché uno ci dice "Così si fa" che dobbiamo
fidarci -anche se ha ragione-. La parola è il motore dell'intelligenza
non quando comanda, ma quando consente l'articolazione
del pensiero, quando permette di combinare tra di loro
giudizi. E' così che nel '36, tanti giovani raggiunsero
le brigate internazionali dopo aver letto André Malraux.
Non per imitare gli eroi di Malraux, ma perché egli lasciava
nei suoi romanzi lo spazio necessario ad una riflessione
personale su un problema generale della storia. Ogni lettore,
singolarmente, isolato dal resto del mondo, doveva, di
fronte al testo di Malraux rispondere: "Ed io? Che cosa
faccio adesso?" Adesso che sapevano, questi giovani potevano
agire o fare niente, nessuno al di fuori di loro li poteva
giudicare, però sapevano che non avrebbero mai più potuto
dire che non sapevano, non avrebbero mai più potuto auto
illudersi di non conoscere la situazione. Le parole introducono
un ordine nella rappresentazione che noi ci facciamo del
mondo. Consentono di capire il reale quando si fanno lo
strumento della ragione, la quale deve regolare la condotta
dell'uomo e la conoscenza del mondo. Può essere "pura"
la ragione in quanto fornisce i principi di questa conoscenza
del mondo, oppure "pratica", quando fornisce quelli che
devono regolare l'azione umana. Una parola modifica sempre
la condotta dell'uomo, indipendentemente del suo significato:
la parola in quanto parola agisce sullo spirito, segna
una pausa, introduce un dubbio, un "forse", un "ma", un
"perché no". La parola si può produrre al di fuori dell'esperienza,
nel pensiero. Per esempio, quando devo prendere una decisione,
trovo sempre la soluzione nel libro che sto leggendo sul
momento, anche se l'argomento è del tutto diverso. Hanno
quindi un'autonomia le parole, le prendiamo come e quando
vogliamo. Per questo i capolavori vanno riletti: perché
ci troviamo sempre una risposta adattata alle nostre esigenze,
quindi c'insegna come adattarsi. Agiscono le parole su
di noi. L'intelligenza è di accorgersene. Quando in macchina
seguiamo ciecamente i segnali stradali: "Torino 12", "Susa
28", sono, in realtà, le parole che seguiamo, ci fidiamo
di loro per trovare la città in cui vogliamo andare. Come
mai allora ci perdiamo sempre? E' troppo facile accusare
la noncuranza della Provincia o della Regione (ancora
che non brillano certo per la loro brama di chiarezza),
ci perdiamo perché le parole ci guidano dove vogliono
loro. Se proseguo su Torino sicuramente mi ritrovo a Milano
perché le parole pur determinando la nostra condotta hanno
anche un carattere ingannatore. Non si saprà mai fin dove
fidarsi delle parole. Esse formano il nostro pensiero,
magari lo limitano, lo fanno sbagliare. L'intelligenza
vera sarebbe di dubitare anche di questo, ma poi per riconoscere
che non si è intelligenti, occorrerebbe esserlo quindi.
Prendiamo le cose come vengono. Si tratta solo di saper
ascoltare le parole che sono in noi.
I.S.U.
- "Esiste una intelligenza
sociale? Quale ruolo hanno, in questo caso, la parola,
la letteratura ed il letterato?".
PETTINOTTO
- "Esiste
un'intelligenza sociale, per forza, altrimenti, non ci
sarebbe nemmeno una società, anzi l'intelligenza sociale
non è nient'altro che la "socialità". Ho detto in precedenza
che la parola intelligenza designa le attitudini che consentono
all'individuo di adattarsi attivamente a tale o tale situazione
e i mezzi di quest'adattamento. Si tratta quindi di sapere
se la società ci permette di reagire, a favor nostro,
ad ogni accaduto sollecitando un nostro impegno. Lo strumento
maggiore della società, lo strumento nel quale si dovrebbe
manifestare l'intelligenza sociale, è, ovviamente, la
politica. Eppure, per Hobbes e Rousseau, che si opposero
alla tesi di una socialità naturale, la politica era soltanto
una necessità esteriore. Poi Kant si è addirittura messo
a parlare di "non sociabile socialità" per caratterizzare
il movimento contraddittorio col quale l'uomo cerca, d'una
parte, di unirsi agli altri per garantire la propria salvezza,
e dall'altra prova a sottrarsi ai comuni obblighi. Non
penso che l'uomo si possa salvare con gli altri. Le istituzioni
che regolano la società si oppongono alla libertà dell'individuo,
ai suoi desideri, alle sue parole. Egli deve tacere, non
perché ci sia la dittatura, per carità, ma perché una
regola c'è e va rispettata. La parola disturba sempre
l'ordine pubblico. La società occidentale si caratterista
per la produzione di ricchezze, un forte sviluppo tecnologico,
un livello d'urbanizzazione elevato, un'apertura dei mercati
economici all'estero e così via, eh beh, cosa si può dire?
Cosa può il letterato? Può provare ad analizzare la società,
le leggi della società, così fece Auguste Comte, il quale
diceva che non si poteva capire la società analizzando
soltanto i suoi elementi, cioè gli individui, perché,
secondo lui, il fatto sociale costituisce un ordine di
realtà irriducibile. Lì forse si può trovare un accordo.
Quando gli uomini sono uniti sotto la stessa regola, in
modo quasi meccanico, l'intelligenza sociale non c'è,
ovvero la società non aiuta i suoi individui nelle loro
scelte, nelle loro decisioni. Invece quando essa lascia
alla gente il margine -sacro- della libertà individuale,
allora sì, la somma delle intelligenze, che si completano
tra di loro, forma ciò che nella domanda è chiamata
intelligenza sociale. Il letterato e la letteratura non
sono al primo posto, la parola sì, anzi, la parola legislativa:
la Legge. Una società non è soltanto la giustapposizione
d'individui singolari, è una comunità coerente, regolata
da un insieme di parole alle quali ognuno dei partecipanti
deve - o dovrebbe - aderire: non si ruba, non si uccide,
non si fuma nei luoghi pubblici, oppure, si va a lavorare,
si va a scuola da bambini, si rispetta la libertà altrui
e così via. E' la parola del magistrato che conta,
la cui Bibbia si chiama Codice. Il letterato, da questo
punto di vista, è sempre stato un problema, la sua parola,
irragionevole, non trova un posto palese, in quest'organizzazione
faraonica. E' per questa ragione che Platone scaraventa,
violentemente, il poeta fuori dalla sua città ideale:
Omero viene accusato di ingannare gli altri, di allontanarli
dal loro fine che è il compimento della funzione propria.
Crea illusione il poeta. L'uomo di lettere cerca il perché
della società. La letteratura non parla di altro.
Alcuni scrittori dicono che gli uomini vivono insieme
per orgoglio, altri per desiderio, altri per paura della
morte. Sappiamo che le affermazioni della propria potenza
creano delle tensioni fra gli individui che si scontrano,
si oppongono. Il gioco delle passioni ci condurrebbe quindi
all'autodistruzione se non ci fosse, per alcuni, lo Stato
e, per altri, come me, la Letteratura -diciamo la Cultura
in genere-. Ecco due strutture la cui funzione è di garantire
la pace tra gli uomini. Non mi azzardo a dire che l'una
supera l'altra, ma dico che nella storia, se lo Stato
è fallito, la Cultura mai. Lo scambio di beni non può
essere solo gestito dalla politica, anzi dall'economia
-ormai la politica non ha quasi più senso- ma ben dalla
Cultura, cioè dal luogo di mediazione tra l'uomo e il
mondo, in cui l'intelligenza sociale si manifesta, quindi,
nella cultura, non nella sua forma istituzionale -sempre
diffidare del Ministero della Cultura, che, a ben ricordare,
una volta era quello della Propaganda- , ma nella sua
forma selvaggia, spontanea e popolare".
I.S.U.
- "Sembra che in
questo periodo stia aumentando, a notevole velocità,
la quantità di gruppi sociali. Lo stile di vita
di un soggetto può essere determinato, oltre che
dalle coordinate geografiche, dai requisiti genetici,
dal censo e dalle consuete discriminanti sociali, anche
da altri nuovi fattori. I mezzi di comunicazione, il più
delle volte in modo unidirezionale, per esempio, determinano,
proponendo vari stili di vita, delle vere e proprie comunità,
composte da soggetti consapevoli o inconsapevoli di una
condizione di appartenenza, voluta o "di fatto".
Assistiamo ad una accelerazione di molti comportamenti,
unitamente ad una isterica speculazione dedita ad interessi
"temporanei e superficiali". Ci potrebbe descrivere
qualche scenario per il futuro soprattutto dal punto di
vista del letterato, della letteratura e delle parole?".
PETTINOTTO
- "Si
percepisce bene il rapporto che c'è tra "comunicazione"
e "comunità". La comunità o la collettività
si fonda sulla condivisione e la complementarità di chi
la costituisce, essa è, secondo me, un fatto di cultura
risultante dell'adesione volontaria d'ogni individuo:
il famoso contratto sociale di Rousseau e di Hobbes. Il
veicolo di questo "fatto di cultura" non è nient'altro
che la comunicazione, ovvero il complesso di scambi d'informazioni.
La comunicazione va oltre la circolazione dei beni o delle
persone, si mescola a tutte le attività sociali. Di solito
si distinguono tre tipi di comunicazioni sociali: la prima,
interpersonale, riguarda soltanto gli individui nelle
loro relazioni singolari e spontanee. Ha per principio
la gratuità, ovvero si parla "per parlare", con simpatia,
animato dal desiderio e dal bisogno di comunicare. La
seconda, risponde a degli imperativi pesanti, anche a
volte economici, ed è detta "mediatizzata". La terza,
istituzionalizzata, riguarda l'organizzazione sociale,
la cultura e la vita politica di una società. Quest'ultima
comunicazione rinvia direttamente alla communitas. Oggi,
è vero, sta aumentato la quantità di gruppi sociali, e
si può davvero dire, come lo fa il sociologo francese,
Michel Maffesoli, che l'individualismo è l'ultimo pregiudizio
del Novecento. Maffesoli è colui che ha inventato il concetto
di tribù per analizzare la società postmoderna. Ho avuto
con lui delle discussioni appassionate su quest'argomento.
Secondo me vale sempre la pena di distinguere tra comunità
(ciò che in tedesco chiamano Gemeinschaft) e società (Gesellschaft).
La prima è sentimentale, l'individuo vi è legato fin dall'infanzia
o fin dall'inizio di una sua passione: la famiglia per
esempio, oppure la comunità che compone un gruppo di musica,
ogni musicista è legato al suo gruppo da un sentimento
forte che lo lega alla musica ed agli altri, legati, a
loro volta, alla stessa musica. La seconda è artificiale,
l'individuo vi aderisce per trarne vantaggi diversi: la
società civile è così, le associazioni di consumatori,
le lobby americane e così via. La comunità è quindi preferibile
alla società, perché non è soltanto la coesistenza d'individui
legati fra di loro per interessi e bassi calcoli, ma si
fonda sulla solidarietà e la spartizione di un sentimento
comune: così, intorno al sentimento della libertà, vi
erano i partigiani, intorno alla musica pop, vi sono i
"fans" dei Beatles, ed intorno al "rock and
roll", vi sono quelli di Elvis Presley. Mi chiede di immaginare
qualche scenario per il futuro. Ci sono più cose, e lì,
prima di tutto, bisogna guardare al passato: questa concezione
di una vita comunitaria della vita sociale e politica,
ovviamente non contrattuale, presenta un rischio, anzi
un pericolo per la libertà individuale. Ponendo l'ideale
di una vita collettiva nella quale fondersi, si rischia
di scivolare sull'imperativo di essere in un modo piuttosto
che in un altro, di amare in un modo piuttosto che in
un altro. Mi chiedo sempre fino a che punto siamo liberi
di aver o no, per esempio, il cellulare. Un ragazzo di
15 anni, nella nostra società, senza il cellulare viene
percepito come "extracomunitario", quindi per lui è meglio
averlo. Non sto facendo un discorso su la modernità tecnologica,
attenzione, non sto parlando della necessità di sapere
usare determinati strumenti per non essere tagliati fuori
dal mondo, dico che uno non è più libero di non aderire.
Dunque, avere il cellulare è quasi un atto di fede, è
come prendere la tessera d'un partito! Non so se le donne
vestano Dolce&Gabbana per libera scelta o se siano costrette
dalla pressione sociale. E' difficile dirlo, ma mi sembra
che andiamo verso una forma di totalitarismo in questo
senso, anzi ci siamo già, perché assistiamo ogni giorno
alla lotta di una comunità contro l'altra, di un gruppo
contro l'altro. Sono piuttosto pessimista quando vedo,
per esempio, la violenza della lotta che si fa, tanto
per fare un esempio, contro i fumatori. Avranno tutti
i torti, verso di loro prima di tutto, verso gli altri
senza dubbio, sono d'accordo, ma, temo che la loro persecuzione
diventi "bon ton". Sta bene prendersela con loro. Li additiamo,
nel vero senso del termine. Se, d'una parte, riconosciamo
l'esistenza di comunità autonome, dall'altra, affermiamo
che l'uomo non è pacifico -basta guardare alla sua storia-
possiamo affermare che adiamo verso lo scontro delle comunità.
Il letterato per definizione appartiene ad una comunità.
Che cosa farà? Difenderà, prima di tutto, la sua comunità,
sentimentalmente unita intorno al pensiero, e poi proverà,
in una disperata mediazione, ad incitare alla pace ed
alla tolleranza. Questo è sempre stato il suo ruolo. Lo
scontro più tragico che attraversa la storia umana, è
sempre stato quello, titanico, del giorno contro la notte,
ovvero dell'intelligenza contro l'ignoranza. Mi fa paura
il fatto che, adesso, la comunità degli ignoranti sia
lodata, sia adorata mentre, quella dell'intelligenza quando
non è solo ignorata, è disprezzata. Vedo ragazzini che
venerano Paris Hilton, e non sanno chi sia Victor Hugo.
E' triste non sapere che in questo mondo è vissuto un
uomo e che quest'uomo ha dispensato poesia ad altri uomini,
che quest'uomo ha scritto anche per loro, adulatori del
vuoto, che quest'uomo si chiamava Victor Hugo ed era un
gigante. Mi viene in mente adesso appunto perché le sue
ultime parole -un dodecasillabo ovviamente - sono state
queste: "c'est ici le combat du jour et de la nuit" La
superficialità c'è sempre stata, ma oggi si stanno davvero
rovesciando i valori, è proprio il trionfo, se così lo
vogliamo interpretare, di Matteo: gli ultimi sono diventati
i primi. Si ammirano Marina della Rosa e Flavia Vento
-il cui unico pregio è quello di essere maestre nell'arte
di vendere un corpo, il loro, per la quasi totalità "ritoccato"
dal chirurgo estetico-, si è in estasi davanti a Pietro
Tarricone e Fabrizio Corona. Mi sembra di sprecare il
mio fiato a pronunciare questi nomi. Il pericolo sta nel
fatto che loro, questa comunità che potremmo chiamare
"la comunità cazzo-minchia", fa sentire gli altri a disagio.
Sembra di essere un imbecille. Se prima, uno poteva opporsi,
dire di "no", oggi, le cose sembrano andare da sé, e la
resistenza si fa vana. Le cose sono complesse e non vorrei
qua ridurre la mia riflessione ad una dialettica troppo
stretta, ma va precisato che più che l'assenza di moralità
o d'intelligenza, a fare la scissione tra una comunità
e l'altra è proprio il "manco d'amor". La letteratura
ci mostra la strada giusta in quanto è amore, definisce
e fa vivere l'amore. Io amo Cesare Pavese, d'un amore
che supera i sentimenti che possono provare quelli che
si esaltano davanti alla mediocrità televisiva. Il pensiero
non può salvarsi se non lo salviamo noi. Non si deve credere
ciecamente nell'immortalità del pensiero: esso è in pericolo,
spetta a noi difenderlo, una volta di più sarà l'amore
a salvarci. Se troviamo, nella letteratura -o nell'essere
amato- la forza di dire di "NO" allora forse, una speranza
c'è. Per conto mio, quando vediamo la riuscita degli altri,
o voglia di fallire, teniamo,per
ora quindi, sempre presente
il famoso verso di Dante: "Cader co' buoni è pur di lode
degno".
I.S.U.
- "..."La letteratura
ci mostra la strada giusta". Così, poco sopra,
il concetto da Lei espresso. Chi e come ci sta indicando
la via alla letteratura. Chi e come sta parlando ai giovani,
ai vecchi ed a chi sta in mezzo della letteratura e del
ruolo di questa. Come giudica l'approccio scolastico,
didattico e culturale in tal senso? Intelligenza, morale,
educazione e cultura come si possono interpretare alla
luce delle sue affermazioni?
PETTINOTTO
- "La
letteratura ci indica la strada giusta in quanto ci offre
un'esperienza diretta della libertà, essa è l'unico spazio
in cui la libertà si può muovere. Una libertà "scatenata",
un pochino pazzesca, una libertà che a volte sarebbe anche
pericoloso usare nel reale. Quando dico "la letteratura",
non intendo lo scrittore, il suo messaggio, l'esempio
che egli vorrebbe trasmetterci, non intendo neanche il
lettore chiaramente identificato, nominato, schedato;
quando dico "la letteratura ci mostra la strada giusta",
voglio indicare questo spazio preciso in cui ognuno non
è più se stesso, in cui il lettore si dimentica, abbandona
la propria storia, i propri pregiudizi, sta per così dire
"un altro", per il quale tutto diventa possibile. Davanti
al libro ognuno deve abbandonare, per così dire, i propri
panni ed essere davanti alla realtà proposta vergine,
aperto. Non è utopico, ma è un'operazione intrinseca alla
letteratura quella di spogliarci. Anche se non lo vogliamo
essa ci può cambiare, e ci cambia anche maggiormente quando
non ce l'aspettiamo. Primo Levi ci mostra la via del pentimento,
Dante quella della salvezza, Goethe quella della ribellione
agli dei, Zola quella della giustizia sociale, e così
via. Non dico che questi scrittori ci facciano cambiare,
dico che ci cambiano i loro libri, ovvero la loro letteratura,
perché leggendo "Se questo è un uomo", non sono
più il signore x, sono l'uomo di cui sta parlando, quando
leggo la storia del giovane Werther, la smetto di pensare
con il mio sistema di valori, e comincio a valutare il
reale con altre idee. Non dico per tanto che il mio sistema
di valori sia sbagliato e quello del libro migliore, badate,
infatti, che non invito a seguire la strada, e la letteratura
ci lascia anche la scelta di rifiutarla. E' la libertà
totale. Nella lettura, le costrizioni esterne non ci sono,
l'uomo vi ritrova quindi la sua condizione d'essere libero.
Non è però una libertà stoica, distaccata da tutto che
non conoscerebbe sofferenze né forzature in quanto indipendente
moralmente del resto del mondo. La libertà della letteratura
si divide in due cose: prima in un tempo negativo, quella
che Descartes chiamava la "libertà d'indifferenza", ovvero,
come dicevo poc'anzi, si può scegliere anche il falso,
il male. In secondo luogo abbiamo la libertà detta "libertà
illuminata", che tende alla conoscenza del bene. Si ha
ragione nel chiedermi come, dicendo questo, si possono
interpretare l'intelligenza, l'educazione e la cultura,
perché sappiamo che il libero arbitrio -sviluppato, in
parte anche dalla letteratura- a volte arbitrario e sprovveduto,
è incompatibile con l'esistenza della società, perché,
come dice Rousseau: "On fait souvent ce qui déplaît à
d'autres, et cela ne s'appelle pas un Etat libre." Non
vi è libertà senza legge, perché la dignità dell'uomo
si fonda sulla sua capacità a rispondere ad un ordine
morale e non alle proprie inclinazioni. La libertà quindi
vuol dire ubbidire alla legge morale. Ora, la letteratura
circonda questa legge, gira intorno, se ne allontana a
volte, per poi ritrovarla, ce la fa sentire. Chi parla
ai giovani? Io non voglio individuare una figura precisa,
preferisco dire "la letteratura" o "le parole", perché
non è detto che quello che mi aiuta, aiuti anche gli altri.
Mi aiutano a percepire la libertà -e, di fatto a sentirmi
libero- i poeti, i cantautori, le parole della mia fidanzata,
ma è molto personale. La maggior virtù dell'approccio
scolastico, didattico e culturale della letteratura è
di metterci in contatto con i libri e con le parole dei
libri. E' una mediazione. Niente di più. Se volessi svolgere
un'attività di trasmissione intellettuale, mi basterebbe,
in teoria, soltanto dire: "Andate un po' a vedere, a cercare,
esiste un tizio che di nome fa Fabrizio de André, un altro
che, se non ricordo male, si chiama Francesco Guccini.
Andate a vedere i film di Jean-Luc Godard e di Jean Vigo,
guardate lì, c'è un tale non male che si chiama Alessandro
Manzoni". La lettura, come lo scrivere, è un atto del
tutto automatico e indipendente che non ha bisogno di
alcuna preparazione o di alcuna "intenzione", come il
vivere, che, ad ogni istante, crea improvvisando la vita".
I.S.U.
- "Come pensa il
rapporto tra i libri, codifica materiale di un processo
assai elaborato, e le nuove tecnologie, i nuovi supporti...
PETTINOTTO
- "Cosa
e come diventeranno i libri e le parole?" Sono assai
straziato su quest'argomento, perché se sono sensualmente
legatissimo all'oggetto "libro", lo sono ancora di più
al testo, cioè all'astrazione del suo contenuto. Ma un
libro non contiene un testo come una bottiglia contiene
il vino ed è molto di più che il suo semplice sopporto:
egli sta nell'atto della sua realizzazione, ovvero, un
testo esiste quando è letto, la lettura essendo un percorso
vuole un materiale adattato. Occorre pensare la lettura
come se fosse una camminata in montagna. Per andare avanti
ci vuole un'attrezzatura adattata: scarpe, bastone, e
così via. I libri sono l'attrezzatura della lettura.
Certo si può andare anche a piedi nudi, ma è più faticoso.
Il pensiero richiede tempo, il libro ce lo dà,
non mette fretta, ognuno gira le pagine al proprio ritmo.
Una lettura su 'internet è sempre economicamente ansiosa,
non si può tornare indietro, e poi la luce dello schermo
brucia gli occhi. Non è piacevole per niente, e non si
va avanti. Perciò penso che la carta non possa scomparire:
se dovesse scomparire, il pensiero se ne andrebbe anche
lui, perché non è possibile pensare nell'astrazione. L'uomo
-a torto o a ragione- è una creatura materiale, carnale,
ha bisogno di toccare, di manipolare. La biblioteca nazionale
francese sta mettendo tutti i suoi libri in rete. Il progetto
ha nome "Gallica" ed è già attivo sul sito della BNF.
In pratica ci si possono scaricare -gratuitamente- i testi
non tutelati dai diritti d'autore: tutti gli scrittori
dell'ottocento per esempio. E' una biblioteca utopica
virtuale. Ma chi ce la fa a leggere i Miserabili sul suo
computer! Adesso, quasi quasi un libro classico costa
di meno da una connessione internet. Ritengo che internet
sia un ottimo strumento di diffusione, non di consumazione,
per lo meno finché non ci sarà una vera e propria creazione
artistica in rete. L'Adsl non ci farà risparmiare niente
del tempo necessario alla lettura di Hegel o di Proust.
La massima velocità che tutti noi vogliamo contraddice
il tempo necessario al confronto col testo. Per diffondere
il sapere, le idee, le informazioni bisogna tener presente
questo: internet non studia per noi. E' uno stupendo strumento
di mediazione, ma non si creda che si possa sostituire
alla mente umana ed allo studio personale. Per lo sviluppo
intellettuale dei bambini, alcuni ricercatori ritengono
dannoso l'uso del computer a scuola. Certo, i bambini
arrivano nel mondo così com'è: per loro il computer è
simile ad una matita: né più semplice né più complesso.
Occorre però che ogni categoria mentale tenga bene il
proprio posto nella gerarchia organizzativa dello sviluppo
intellettuale. Personalmente sono affezionato alla carta
ed all'inchiostro, però so benissimo usare il computer.
Leggo i libri e, nello stesso tempo, rispondo a quest'intervista.
Se dovessero scomparire i libri, non credo che gli alberi
ne trarrebbero vantaggio, perché l'uomo troverà un'altra
cosa e non avremmo neanche quella -ecologica- consolazione!
Per finire, non mi fido dell'immaterialità delle pagine
web, perché si possono facilmente cancellare: si mettono
nel cestino e non lasciano traccia. I libri si possono
bruciare, ma fanno fiamme, altissime, che non lasciano
mai indifferenti. Il rogo dell'intelligenza, nella notte,
illumina ancora il mondo, e le ceneri, alla mattina, sono
ancora tracce del sapere bruciato".
I.S.U.
- "...e tra scienza
e letteratura?"
PETTINOTTO
- "Penso
il rapporto tra scienza e letteratura attraverso il prisma
dell'epistemologia, la quale pone parecchie domande alle
quali le due discipline rispondono. Prima di tutto, come
si riconosce una conoscenza scientifica? Con la possibilità
di controllare i fatti, ovvero l'esperienza, così la letteratura
non sarebbe una scienza, in quanto sfugge al controllo
sperimentale. L'unità di metodo della scienza, poi, fa
sì che essa si distingue dalla letteratura, la quale è
molteplice. Tuttavia ci sono rapporti, ad esempio, tra
la letteratura e le scienze formali, la matematica e la
logica. L'Oulipo, in Francia, ha tentato qualche ravvicinamento,
a volte anche pertinenti: Raymond Queneau era appassionato
dalla matematica e a Georges Perec piacevano le esperienze
formali. A prima vista, però, il rapporto più consueto
direi che è quello tra la letteratura e le scienze umanistiche:
la storia, la sociologia, la psicologia. Ognuno sa benissimo
che i nessi tra queste discipline costituiscono il sapere
maggiore che l'uomo ha dell'uomo. Ancora che si potrebbe
negare questo rapporto seguendo il filosofo tedesco Wilhelm
Diltherey, il quale distingue tra scienze della natura
e scienze dello spirito, in quanto l'oggetto di quest'utima,
l'uomo, richiede, per essere capito, non tanto una verifica
sperimentale quanto un'interpretazione delle sue intenzioni,
ovvero, un' ermeneutica. Diltherey, così, fa la distinzione
tra spiegare e capire. La spiegazione ricerca le cause
di un fatto ed è proprio il metodo delle scienze della
natura; la comprensione prova a delimitare il senso di
un fenomeno ed è in opera nelle scienze dello spirito.
Secondo lui è possibile fondare un'epistemologia che si
fondi sulla stessa obiettività delle scienze pratiche.
Ecco, siamo tornati al punto di partenza. I rapporti tra
scienza e letteratura sono numerosi se badiamo soltanto
ad avvicinarne i contenuti: infatti non guasta conoscere
Freud per leggere Moravia, ed è stimolante leggere Petrarca
alla luce di Jacques Lacan, però è sulla questione del
metodo, del rapporto al loro oggetto, che entramb |