Jean-Philippe Pettinotto - intervista "e mail"

I.S.U. - "Innanzi tutto grazie per aver accettato di fare parte della nostra comunità scientifica. Desideriamo, per prima cosa, chiederLe cosa Lo abbia condotto agli studi letterari".

PETTINOTTO - "Ho scelto gli studi letterari perché volevo fare "mie" le esperienze dei libri. La letteratura ci insegna che gli eventi affrontati nei libri sono i medesimi che si debbono affrontare nella vita. Pensavo che conoscere la storia d'Achille mi avrebbe reso coraggioso, che leggendo Madame Bovary, avrei capito cosa fosse la noia. Del resto, lo studio delle lettere è l'unico, in cui gli studenti sono autorizzati ad annoiarsi! A volte anche i professori spingono i loro studenti ad annoiarsi. D'altro canto, la noia è la sede dell'immaginazione, ringrazio questi professori che ci danno, nonostante tutto, il tempo necessario alla libera maturazione ed espressione delle idee. In fondo, ci mostrano che, per ciò che riguarda l'educazione, il migliore modo di guadagnare tempo è perderne. E poi, cosa significa studiare lettere. Le lettere sono A, B, C fino a Z. Niente di che. Ma la letteratura ricostruisce la complessità dell'agire umano. Questo desideravo capirlo. La consideravo un'introduzione all'esperienza della vita. Così l'ho studiata. Lo studio delle lettere riserva delle sorprese, non presenta vicoli ciechi, anzi, è produttore di senso. M'insegna un modo di reagire alla idee, alla realtà dei libri, del mondo e della vita. Mi dà un atteggiamento critico. E' uno spazio aperto al dibattito. Non sono mai pacifici gli studi letterari, si tratta di una dialettica continua. Il critico non si contenta mai. Io non mi accontento mai. Lo studio della letteratura suppone una contestazione dell'ottimismo spalancato che la finta allegria circostante ha la pretesa di volerci imporre, la letteratura suppone una resistenza, un superamento delle impressioni da cui si parte. Si tratta di mettere in crisi il mondo, noi, e il nostro rapporto con il mondo, di usare le nostre facoltà interpretative per capire il fatto di comunicazione. Ecco, io, in quanto studente, sono sospettoso nei confronti della parola, disprezzo l'eloquenza. Volevo, iniziando a studiare, riuscire a comunicare con gli altri in modo corretto. Mi sono poi accorto che era un'utopia. Da un punto di vista universitario non ho mai conferito importanza ai voti, non mi sono preoccupato degli esami, ma mi sono preparato ad esser un Uomo. L'esercizio del proprio pensiero può divertire, esaltare, fare male, anche, ma permette di uscire dalla norma. Il pensiero non è uno show televisivo. Non facciamo la corsa con nessuno quando ci interroghiamo su un autore. Non siamo lì per ricevere un applauso! C'è una passione nel mio studio, ma la passione non può superare la chiarezza. La letteratura tende ad un linguaggio metaforico, figurale, visionario, tende alla vaghezza, alle parole nebulose. Il mio compito di studente non è di fare poesia ma di studiarla e di capirla. Spesso non ci riesco, ma almeno non ho il rammarico di non aver provato, e poi, avrò, spero, forse per un lettore solo, scatenato un' energia critica nuova, trasmesso e sussidiato idee in un linguaggio chiaro, avrò quindi aperto una nuova lettura. C'è una continuità del pensiero, e la letteratura d'invenzione è il principale veicolo di questa continuità".

I.S.U. - "Ha dichiarato di essere sospettoso nei confronti della parola: perché? Cos'è per Lei la parola? Che rapporto intercorre tra parola e letteratura?"

PETTINOTTO - "Qual è la natura del legame che unisce la letteratura alle parole, anzi al discorso sociale? Prima di tutto per discorso sociale intendo il complesso di parole, orali o scritte, prodotte dagli agenti di una società data. La prima cosa di cui non fidarsi, quando si parla di letteratura, è che in realtà si parla di un'altra cosa: si parla di un discorso fatto dalla letteratura sulla letteratura. La letteratura non si fonda sulla parola, ma sul silenzio. Non importa cosa dice un testo, ma cosa esso "non può tacere". Le cose più importanti nella letteratura, come nella vita, raramente si dicono. Come spiegarci poi, che nelle biblioteche, tempi in cui si custodisce la letteratura, la parola sia vietata? Due sono le principali differenze tra il discorso sociale e la letteratura. Quest'ultima si può fare soltanto attraverso testi il cui argomento è caratterizzato, in primo luogo, da una palese ma contestabile intenzione estetica, e, dove, in secondo luogo, la funzione poetica del linguaggio costituisce il senso. La letteratura è sempre forma e senso insieme. Essi sono inscindibili. Al di fuori di ogni tessuto teorico, la letteratura si presenta nella società come un circuito di cui il lettore non è l'ultimo anello della catena, bensì, il primo. E' lui a fare l'opera. Poniamo l'ipotesi che il senso non venga dato dall'autore, a monte, nella produzione, ma, a valle, nella ricezione: quest'ultima, per forza, diviene molteplice. Se si considera la letteratura dal punto di vista della ricezione, cambia tutto. I lettori chi sono? Che cosa capiscono di ciò che leggono? Cosa dicono di capire, e cosa ne fanno? L'opera, e le parole dell'opera, non possono aver mai un significato giusto, legittimo, ufficiale, sono porose, hanno diversi sensi che cambiano secondo ogni lettore. Ogni parola ha un senso fra gli altri. Le parole non sono segnali di rotta che disegnano un cammino, ma frecce di una bussola impazzita, che ci indicano dove perderci. Non sono le parole a fare il poema, è il poema a fare le parole. Le parole intese come unità linguistica, parole rare o banali, non danno, propriamente, corpo al poema. Prova di ciò è che si può trovare la stessa parola in un poema di Ungaretti, o di Victor Hugo, o di Saadi Hafiz, ed avere davanti a sé poemi del tutto diversi. Riflettere sulle parole è già scabroso in sé, e qui sembra di cadere in un paradosso che farebbe l'elogio degli scrittori per il loro scacco, per il loro insuccesso nella comunicazione. Riflettendoci bene, uno scrittore non vuole mai scrivere ciò che scrive! Lo scrittore non è mai quello che in filosofia si usa chiamare un "soggetto" ovvero, un individuo cosciente, unitario e volontario che ha delle intenzioni, che sa ciò che fa, che fa ciò che sa. In letteratura l'intenzione è sempre squalificata. Essere in presenza di un'opera letteraria non significa essere in ascolto dell'artista per raccogliere le sue confidenze, il suo messaggio, perché ciò che l'opera è, l'artista non lo sa nemmeno prima d'essere anche lui, come noi, sorpreso da essa. L'artista dice ciò che fa. L'artigiano prova a fare ciò che dice. Dunque, dal momento che non vi è un senso nel principio delle parole, io le contesto. Sono sospettoso soprattutto della parola quotidiana perché essa si situa nelle zone superficiali dell'io. Se considerassimo la parola come uno strumento capace di legarci al mondo ed agli altri, non potremo mai avere, con questi ultimi, un rapporto profondo, intenso e perspicace. Essa non riesce a rendere l'uomo all'uomo, il quale nella sua profondità si percepisce indifferente, isolato, straniero. Le parole, quindi non costituiscono un legame per natura, tra l'uomo e la divinità, tra l'uomo e la donna, tra il sapiente e l'ignorante. Essere legame non è mai una qualità intrinseca della letteratura. Ritengo scivolosa ogni forma di comunicazione delle idee col linguaggio. La natura assolutamente intima e personale del pensiero è puntualmente tradita dall'essenza collettiva del linguaggio. Le parole con le quali tentiamo di tradurre le nostre proprie idee tanto più hanno uno specifico valore, tanto meno ne hanno per gli altri. Esse possono solo aspettare, senza mai tuttavia determinarlo, il movimento di comprensione altrui. Le parole non funzionano, però non possiamo fare a meno di utilizzarle. Per il momento forse non abbiamo ancora trovato uno strumento espressivo più efficace per una reale simbiosi con tutto ciò che sta fuori di noi. Intanto sono portato a considerare quell'aspirazione umana che si chiama letteratura come un bisogno, cioè come l'espressione concreta di un voler viver o, diciamo così, di una ricerca delle condizioni della realizzazione ideale di sé. Come esistono, d'una parte, i bisogni vitali del nostro organismo, legati alla vita e alla specie umana (mangiare, bere...) così esistono anche, d'altra parte, i bisogni spirituali della persona, come l'amicizia, la giustizia, la libertà, che sono la linfa vitale dell'umanità. La letteratura ne sarebbe il testimone, il garante, il catalizzatore. Così, io mi sono rassegnato alla letteratura. Non so quasi niente di me stesso, né tanto meno delle cose della natura, di cui percepisco appena la superficie. La letteratura, per me, s'impone, allora, come superiore, per esempio, alla scienza, in quanto produce volontariamente delle illusioni, riconosce ed afferma che le illusioni sono necessarie alla vita. Dare alla propria vita un senso estetico non è, secondo Nietzsche, il mezzo di appropriarsi le forze e le leggi che la natura tiene segreta, impedendo così all'uomo di conoscere? Quale lo strumento, il più palese, per dare immediatamente un senso estetico alla propria vita? Forse quello che solo l'uomo è in grado d'usare: il linguaggio. Infatti, mentre i gridi degli animali esprimono solo emozioni, la paura, la soddisfazione, il verbo dell'uomo non potrebbe mai essere il risultato di un condizionamento. L'uomo è il solo capace di pensare ciò che dice e dire ciò che pensa. Linguaggio e pensiero si presuppongono reciprocamente: la parola non traduce un pensiero già fatto, ma lo realizza, lo compie. Il senso delle parole è dato dalle parole stesse. Henri Bergson rileva l'incapacità del linguaggio a cogliere le impressioni fugaci che costituiscono la nostra vita interiore. Le parole conservano delle emozioni nostre, dei sentimenti nostri, solo il loro aspetto più comune, cioè il più impersonale. A queste parole ricevute e già insediate, annidate, si oppone nel mondo il verbo originario del poeta in cui ogni parola, come per un "fanciullino", è una prima volta. Solo l'artista, lo scrittore riesce a raggiungere la realtà del mondo esteriore e quella del suo mondo interiore, poiché riesce ad allontanare i simboli che ci danno le cose in modo comune per favorire soprattutto l'azione e il pensiero umano. La comunicazione è illusoria, però questo non vuole dire che l'umanità sia destinata a parlare senza dirsi nulla. Se tutto mi fa dubitare della possibilità stessa della comunicazione delle coscienze, tuttavia alcuni uomini, gli scrittori, sono riusciti a staccarsi dalla forza dominatrice e pietrificante delle abitudini estetiche, sociali, culturali per proclamare idee morali nuove e rivoluzionarie, le quale permettono di sviluppare un po' di più la "condizione umana". La letteratura parla della vita e non leggere significa perdersi una buona parte di ciò che significa essere uomini. Forse "sbirciare" un pochino nella vita degli altri ci può aiutare a comprendere meglio la nostra. Dare un senso estetico alla propria vita si potrebbe intendere in questi termini: trovare un linguaggio nostro, parlare nonostante la condizione tragica della vita umana, parlare ancora, dire ancora sempre, senza fermarsi mai".

I.S.U. - "La parola per essere compresa deve sottostare ad una decodifica sociale e, pertanto, "non funziona". Intravede una evoluzione in tal senso? Individualità e collettività sono destinati a rimanere adiabaticamente separati per corrispondere alle rispettive realtà? La parola è una dimensione altra, autonoma e falsa o una strategia di istinti, agenti su di un piano superiore? L'umanità è il risultato della propria espressione?

PETTINOTTO - "Secondo Durkheim la società esprime l'esistenza della coscienza collettiva, con la proiezione nel Cielo di un Dio trascendente. Questo sentimento del religioso è l'unico testimone di una realtà umana permanente e s'impone alle coscienze individuali con un carattere sacro, assoluto, obbligatorio. La coscienza collettiva sembra quindi una realtà enorme, potente, illimitata, infinita. Essa scatenerebbe un'energia che i sentimenti individuali non possono raggiungere. Se vogliamo credere al progresso morale, diciamo come lui, che le grandi idee morali, gli ideali umani sono frutto dell'intensità sociale di tale periodo, di tal entusiasmo collettivo: La Riforma protestante, Il Rinascimento, la Rivoluzione francese, Il Risorgimento, e così via. Io preferisco essere più relativistico. Certo la coscienza dell'uomo e i suoi ideali morali non gli appartengono. Non ne è il creatore, bensì li riceve come risultanti della sua partecipazione permanente alla società. Il problema della parola si pone quando questa coscienza comune chiede più giustizia nei rapporti umani, ossia quando essa si propone, non dico di migliorare l'uomo, ma di rendergli più chiara la sua fine, affinché egli trovi i mezzi di realizzarla. Come parla la coscienza collettiva? Quale la sua voce? Non la sento. La nozione di progresso morale, come pieno germogliare dell'uomo, presuppone tre cose: primo, l'esistenza di una natura umana; secondo, la continuità storica del genere umano; terzo, l'orientamento del divenire storico verso la realizzazione terrestre del Bene. Oro, sono assai esistenzialista su questo problema. L'esistenzialismo che definisce l'uomo per la sua dimensione esistenziale, che considera gli uomini, come esistenti, presi in determinate situazioni, diversi secondo la contingenza delle loro posizioni nel mondo, mi conduce a negare il primo punto, ovvero l'esistenza di una natura umana. Inoltre, invece di parlare di continuità storica delle culture, preferisco parlare di più civiltà, uguali in valori, più o meno indipendenti. Infine, nego il valore escatologico della regia del bene. Uno scrittore come Cesare Pavese, ci illustra che il futuro è solo la ricerca della felicità infantile, il ritorno al grembo materno, al paese natale. Non adiamo mai avanti: torniamo. Non vorrei fare il pessimista, mi vedo costretto a constatare che le parole, tra il progresso della conoscenza e il progresso morale, non fanno da legame. Su questo problema non mi aiutano né Descartes, né Spinosa, né Condorcet, né Auguste Comte, né Hegel, né Marx. Loro ammettono l'esistenza d'un principio immanente e dinamico che, per natura, è orientato verso lo sviluppo della persona umana: il volere, il genio dell'universo, e così via. Alle parole, io attribuisco il valore consolatorio che Schopenhauer attribuisce all'arte, esse hanno l'effetto di staccarci dalla vita, non di farcela dimenticare, di introdurre tra essa e noi, lo spazio necessario al pensiero. Ecco cosa sono le parole: i forcipi del pensiero. Sono la tenaglia che tengono aperto uno spazio nel quale si consuma lo scontro tra collettività e individualità, tra immanenza e trascendenza, tra ottimismo e pessimismo. Fin tanto che la vita quotidiana è fatta di azioni consuete e di comunicazioni stereotipate, finché c'è superficialità nel nostro dire, le parole moltiplicano i nostri rapporti col mondo e con gli altri. Tuttavia, ci sono momenti in cui un io profondo cerca di esprimersi e lì non ci sono più parole. Uno si trova nel silenzio, fra mille cose indicibili, perché nessuno gli sa, né gli può rispondere. E' tutto il senso dell'opera di Natalia Ginzburg questo. L'esperienza della solitudine per esempio c'insegna che non possiamo aver con gli altri che delle relazioni esterne e superficiali. L'interlocutore può essere l'uomo più aperto del mondo, ma quell'io sarà sempre straniero di fronte a lui. Il dolore poi, ci rivela il nostro isolamento; la disillusione anche, la morte. Il pensiero viene tradito dalle parole, dicevo prima, perché il linguaggio è collettivo. Può darsi anche che ci sia coincidenza tra la suggestività e l'indicibile. La vera comunicazione, e quindi lo scopo più alto delle parole, può svolgersi soltanto all'infuori del compiacimento con se stesso, cioè nella riflessione principalmente. Una riflessione che fa male. Una riflessione senza cortesia, senza "per favore". Una riflessione non per forza legata all'introspezione. Una riflessione dialogica, come stiamo facendo adesso, che produce eccitazione del pensiero personale dal pensiero altrui, una riflessione in cui zampillano, spero, nell'allegria comune, idee, che si generano, chissà, forse un pochino per il bene collettivo".

I.S.U. - "Quale rapporto intercorre tra materia e parola?"

PETTINOTTO - "Non penso che ci sia un legame tra parola e materia. Direi un'intuizione, una modalità conoscitiva che mette lo spirito in presenza del suo oggetto. Intendiamoci: il linguaggio è la facoltà o l'attitudine a costruire sistemi di segni; la lingua è lo strumento di comunicazione proprio alla comunità umana; la parola - quella che c'interessa - è l'atto individuale col quale si compie la funzione linguistica. La filosofia del linguaggio chiama la pragmatica un certo approccio del linguaggio che tende a considerare quest'ultimo, non solo dal punto di vista sintattico o semantico ma anche come un atto. Il filosofo inglese J.L. Austin mostra bene come alcune frasi non sono solo delle asserzioni o delle proposte descrittive ma degli atti veri e propri. La parola non descrive uno stato di cose: essa compie un'azione. Ci sono tanti esempi: quando il sacerdote dice: "Ti benedico", egli sta benedicendo; quando uno scrive "Lascio in eredità i miei beni a mia moglie", sta donando i suoi beni a sua moglie. Ovviamente tale dimensione suppone spesso delle condizioni d'adempimento che passano inavvertite. Quando uno dice "Giuro di dire la verità, nient'altro che la verità", l'atto che sta compiendo non si vede, perciò il discorso può esser frainteso; infatti quell'individuo può sempre mentire. Allo stesso modo la finalità stessa delle nostre azioni può esser fraintesa da questa dimensione pragmatica del linguaggio: ogni sera dico alla mia fidanzata: "porto l'immondizia fuori", ovviamente non lo faccio, quindi si arrabbia, però, non è mica colpa mia se le parole non sono in grado di buttar fuori le immondizie - pure differenziate - Queste analisi attualizzano le preoccupazioni che già travagliavano Platone quando egli temeva il poter delle parole. E' un vecchio sogno per l'uomo di poter agire con le parole sul mondo concretamente: Dio ha creato la luce, parlando. Il sesamo è una parola magica che apre le porte. Tutti noi speriamo che il nostro dire sia seguito da un'azione, ma questa speranza è anche pericolosa. La parola che il padrone rivolge allo schiavo non ha altre pretese. Ognuno di noi misura ogni giorno quant'è difficile trovare parate al deviamento sempre possibile delle parole per fini personali o violenti. Una volta, quando il re nominava uno scudiero cavaliere, diceva: "Ti dichiaro cavaliere" e, di fatto, lo scudiero era investito di una carica tale da cambiarlo da così a cosà. J.L. Austin chiama "performativa" quella dimensione del linguaggio. Un suo famoso libro ha, del resto, per titolo "Quando dire è fare". Adesso, nella realtà quotidiana, tutte le frasi si vagliano. Prendiamo una frase a caso nella Repubblica, se leggiamo: "Il governo ha sbagliato a non garantire immunità a chi conduceva la trattativa" o contestiamo l'azione evocata e diciamo: "il governo potrebbe anche non aver sbagliato niente" o contestiamo le parole interrogandoci su ciò che costituisce questo sbaglio: le sue cause e le sue conseguenze. Il contenuto di questa frase può esser vero come falso, non lo giudico, ma dico che una frase simile è pericolosa in quanto manipolabile. Nel linguaggio politico è curioso come si usa di raddoppiare la dimensione pragmatica con delle frasi del genere: "non mi faccio illusioni". Lì possiamo francamente dubitare, prima, se davvero il ministro - citato qui - è così lucido di quanto dichiara, secondo come fa concretamente a non farsi delle illusioni? Qual è il compimento concreto della sua lucidità? come si manifesta? Questo è interessante sapere. Occorre essere attenti a questi sdoppiamenti. Sono quasi dei pleonasmi. Invece di dire che "fa" anzi che "sta facendo", uno dovrebbe FARE. A me sta anche bene, che uno perda il suo tempo a dire ciò che -forse- fa, farà, farebbe, ma dubito che coloro che usino tale formule linguistiche, gli uomini politici in particolare, siano così convinti della genialità della linguistica performativa e applichino con fervore le idee di J.L. Austin, o di Ludwig Wittgenstein. Forse mi sono allontanato della domanda iniziale. La materia, intesa come la totalità degli elementi costitutivi della realtà fisica, non ha un legame con le parole: è fatta di parole. Non chiedermi la formula atomica di questo strano elemento: nella tavola periodica non c'è. Non sono né particelle né molecole, eppure hanno a che fare col mondo concreto: occupano uno spazio geometrico. Scritte si espandono sulla pagina, orali, bisogna pure che occupino lo spazio che va di una bocca ad un orecchio. Per Aristotele, la materia è ciò che può ricevere una forma. sono assolutamente d'accordo sul fatto che ci siano delle forme pure, ovvero delle cose che, senza aver di realtà fisica, esistono in un altro modo: nel pensiero per esempio, o nel mondo superiore delle Idee come direbbe Platone, ma per ciò che riguarda le parole esse sono forma e materia insieme. Dicevo prima che non c'era un legame tra parola e materia, ma un'intuizione, direi piuttosto adesso: l'intuizione d'un legame incancellabile tra forma e materia. Certo, le parole hanno una materia: l'inchiostro o la vibrazione dell'aria, hanno una forma anche: un segno nero su una pagina bianca, una zampa di mosca sullo schermo luminoso d'un computer, la tonalità di una voce, e così via. Nessuno ne può contestare materialmente l'esistenza, però abbiamo il dovere di dubitarne e di considerarle per ciò che sono: degli oggetti potenzialmente pericolosi in quanto sottomesse alle intenzioni, a volte malvagie, di chiunque.

I.S.U. - "...e tra energia e parola?"

PETTINOTTO - "Se vogliamo pensare la potenza energetica delle parole in confronto all'incerta passività della loro materia, ne dobbiamo considerare, prima di tutto, la forza, ovvero la loro potenza d'azione, la loro capacità di convincere e di modificare lo stato di un corpo qualsiasi abbandonato a se stesso. Lasciamo perdere, per adesso, la loro capacità morale o intellettuale a cambiare effettivamente le cose, perché questa capacità rileva del carattere o della volontà di chi le pronunce o di che le scrive. Si parla di "energia" o di "forza" per designare le capacità fisiche, obiettive e misurabili, in grado per esempio di indurre un movimento ad un oggetto dato, di scatenare una reazione materiale, di rompere una resistenza, e così via. Hanno le parole queste determinazione sugli oggetti del mondo e su di noi? Ci sono, secondo me, delle parole capaci di cambiare del tutto una situazione: un "si" o un "no", un "perché no" e un "mai". Se al matrimonio la sposa dice "no", questa parola cambia tutto. Anche il "sì" cambia tutto. Quindi non è la singolarità dell'esempio ad aver un'energia da cambiare le cose da così a cosa, è proprio la parola stessa. Se dico alla mia panettiera "Buongiorno", "per favore", "grazie", cioè insomma, se uso le formule di cortesia (che poi, possono essere soltanto parole non sincere) potrò ottenere forse qualche salatino in più. L'uso dell'imperativo poi è sempre segno di forza, d'energia: "alzati", "fai" sono produttrici di movimento, "taci", "smettila" lo fermano. Ogni insulto provoca una reazione, scatena l'ira o intimidisce. Come si valuta una forza fisica in funzione degli effetti che essa produce o che può eventualmente produrre, si può misurare l'energia di una parola sull'effetto che essa produce in noi: la parola "gorgo" fa venir l'ansia, la parola "lecca lecca" fa piacere, la parola "ninnananna" instilla l'idea del dormire, non la ninnananna stessa, che se mal cantata può anche svegliare il bimbo. L'evocazione di un defunto provoca nostalgia, nel peggiore dei casi, il pianto: è un'energia. Si passa da uno stato A a uno stato B, talvolta diametralmente opposti se si pensa al fatto che tale evocazione può esser sollevata durante un momento di generale allegria. Tale dimensione formalista, concreta è comunque limitata. Le parole ne hanno un'altra che rileva del loro contenuto psicologico, usato come tale dallo scrittore, o da chi le dice. Hanno una forza morale emancipatrice o addirittura creatrice, che non si può misurare: Il famoso "J'accuse" è una cosa enorme da questo punto di vista. Nello svolgimento caotico di un processo scandaloso al massimo, ecco che un uomo determinato, autonomo, indipendente di spirito pone una parola ed essa si diffonde nel mondo - il fatto che quest'uomo si chiami Emile Zola non c'entra gran che - Egli non alza la voce. Dice solo la realtà dei fatti e questo basta a se stesso, non ha da imporre la sua volontà, anzi la sua parola fa la sua volontà. Il più "forte" quindi non è per forza colui che vuole far del male, o fare del bene, non è nella volontà: è una qualità moralmente neutra, e da cui solo un uso violento implica una reazione violenta. La parola suppone l'idea di un'energia attiva o di un poter efficace, cioè tendono a produrre effetti reali. Non dobbiamo quindi pensare la parola come presa nella dialettica azione/contemplazione, perché appartiene ad entrambi. Non ha senso ne scopo una parola che sta fuori della vita. Il mondo del nostro conoscer deve essere anche il mondo reale, di fatto la poesia non è una sfera separata della vita, non è al di la del mondo empirico ma è reale! La poesia in quanto partecipa della libertà degli uomini, come attività autonoma è anche un elemento dell'esistenza fisica dell'uomo. Se nella contemplazione estetica scompare già il soggetto individuale, ossia se di fronte ad ogni conoscenza sostanzialmente nuova si apre la possibilità di impegnarsi nella poesia fino a dissolverla in noi, questo vuol dire che è la poesia o l'essere del nostro essere, oppure la sostanza dalla quale l'uomo nasce. L'uomo, inteso come ente della natura, è solo in quanto la poesia, cioè la parola, lo produce. All'uomo, per natura, non è data la scienza ma la conoscenza e la parola, ossia la poesia. Che cos'è la risorsa dell'uomo? L'intelligenza, l'amore, la poesia? Certo la ragione non saprebbe dare una risposta totale e necessaria, l'uomo non è riducibile né alla poesia, né all'amore, né all'intelligenza, anzi, come direbbe Fabrizio de André, riprendendo Edgar Lee Master: "Non al denaro, non all'amore, né al cielo". E' importante però ricordare che perduti tra l'eterno e il temporaneo, tutti gli individui hanno un'assoluta realtà di parola, potenzialmente poetica. Con questo forse ci salviamo, e la parola non è "vana".

I.S.U. - "La parola è, con i numeri, una delle poche opportunità di descrizione del "non reale", che reale ci appare, una volta dichiarato. Quale rapporto pensa tra parola ed invisibile, tra trascendente ed immanente. Le religioni monoteiste si rifanno a parole scritte. La fisica ci descrive un universo probabilistico dove l'esistere è una probabilità, il tempo una dimensione e nulla è facilmente descrivibile a parole, ammesso che esso sia. La genetica ci presenta l'esistenza come configurazione di geometrie interattive, che ci conducono lontano dalle abituali categorie morali. Più cerchiamo risposte e più troviamo quesiti, alcuni dei quali procurano notevoli imbarazzi etici, per i quali sembra non si abbiano, più o ancora, parole. Da un milione e mezzo di anni ci stiamo nutrendo di letali miraggi, causati da una inadeguata dialettica esplorativa? E se il famoso cinematografico "stargate" fosse una "parola", una espressione, più evoluta? La nostra "parola" è giunta al termine della sua esistenza funzionale? E' una patologia, una non conformità evolutiva giunta all'estremo limite o sarebbe plausibile contemplare altre soluzioni: quali scenari potrebbero essere considerati? Questo senso di inadeguatezza linguistica si placherà o siamo destinati a stare "come, d'autunno, sugli alberi, le foglie?"

PETTINOTTO - "La maggior parte delle imprese letterarie del Novecento constatano che il linguaggio non riesce a render conto del reale : invece di esprimere le cose o i sentimenti, come una volta, le parole li nascondono, li denaturano, li modificano. Questo divorzio ha spesso condotto gli scrittori a rovesciare il linguaggio, a distruggerlo. Era una letteratura sovversiva, rivoluzionaria che sfasciava, senza permesso, l’ordine consueto dello scrivere. Quest’operazione di distruzione del linguaggio, non penso che abbia portato alla luce una nuova trascendenza, ma ha invece rilevato la palesa materialità della lingua, il carattere concreto delle parole. Col formalismo non abbiamo fatto un passo avanti verso la dematerializzazione dell’arte, di cui parla Hegel. E’ ormai tempo di smetterla di pensare la letteratura, il cinema, o l’arte in genere come l’illustrazione d’un pensiero prestabilito: siamo presi nella materialità. E’ come se gli strumenti del pensiero si fossero sostituiti al pensiero stesso. Non conta più l’idea, ma il modo di raggiungerla, il mezzo impiegato per raggiungerla, così, adesso, ascoltare musica vuole dire pensare, guardare un quadro è già un atto di riflessione. Neanche l’arte detta “concettuale” riesce ad evadersi dal reale, perché ha bisogno di un apparato discorsivo e filosofico pesante. Io non cerco mai il senso di una pittura contemporanea: guardo il dipinto, la macchia gialla su quella azzurra, e mi dico: “bah, è soltanto pittura!” voglio dire: è solo la materia oleosa e viscida che chiamiamo pittura. Niente di più. E’ pittura concreta. Non la guardo però come quella della parete vicina, ma lì è un altro problema. Lì è il luogo che mi condiziona, il quadro fa sì che m’interrogo sulla pittura di dentro piuttosto che su quella di fuori, ma detto questo la differenza sostanziale -misurabile, per esempio, con il loro valore cromatico- tra il colore della parete e quello di questo dipinto che si stende sotto gli occhi miei, non c’è. Sarà forse diversa la funzione, ancora che non mi sento di dire che una è gratuita e l’altro no. Forse è scomparso il carattere funzionale delle parole, oppure è scomparso l’oggetto della loro funzionalità. Nessuno non cerca più il Bello - sappiamo che non c’è - al massimo si cerca un bel modo di dirlo. Non è l’idea del Bello che importa, ossia il Bello nella sua essenza, ma la parola capace di cogliere ciò che relativamente riteniamo tale. Ciò che dico per il Bello e le parole vale anche, per esempio, per il Giusto e le immagini. Jean-Luc Godard usa, in francese però, un famoso gioco di parola dicendo: “Ceci n’est pas une image juste, c’est juste une image”- Questo non è un’immagine giusta, è soltanto un’immagine”- Godard ci dice contro Platone: ci sono delle immagini che non mirano alla Giusto. Ci sono immagini che non hanno la pretese di dire il Vero, ma che si danno soltanto come delle immagini nella loro materialità d’immagini. Secondo Gilles Deleuze, il cinema c’insegna a credere a questo mondo qua, il mondo in cui vivono anche gli idioti - come dice lui -. Occorre essere pienamente in questo mondo qua: le apparenze sono emissari del mondo vero. Per impugnare la dialettica platonica tra la ginnastica –attività che lavora al mantenimento e alla conservazione del corpo - e la cosmetica – attività che lavora all’apparenza del mantenimento e della conservazione del corpo-, Jean-Luc Godard ha un’altra battuta famosa; infatti dichiara: “il cinema è un ramo dell’industria cosmetica”. Oltre alla suggestione ben trovata del trucco, ritroviamo l’idea di una dialettica sbagliata fin dall’inizio. Un’immagine, una parola, non rimanda a nessun’altra realtà al di fuori di lei. Mi si chiede quali scenari potrebbero essere considerati come forme d’espressività al di là delle parole, anzi, al di là della materialità dello strumento comunicativo, qualsiasi strumento sia: immagine cinematografica, fotografica o pitturale, musica, scultura… Un modo famoso consiste, per esempio nel “ragionevole deregolamento dei sensi” d’Arthur Rimbaud, ovvero usare la ragione in modo tale da fare che i sensi si mescolino, cosicché ciò che vedo, l’ascolto! Fare che una forma grafica diventa un suono: “L’occhio ascolta” diceva Paul Claudel. Occorre che i sensi si organizzino con anarchia. Una statua si dovrebbe contemplare con le mani. Una volta, al museo, mi sono azzardato a farlo, accarezzando le cosce di qualche Venere: mi hanno quasi dato del perverso! Meno male che non era una statua di Eva, mi avrebbero pure dato del sacrilego! Me la sono cavata spiegando che Riegl oppone alla percezione ottica la percezione tattile e che l’invito a mescolare le due, nella sua opera, era grande. Un altro scenario sarebbe forse nel virtuale: sogniamo un’arte senza materia. Ci sono su internet delle esperienze poetiche assai importanti, ci sono dei musei da visitare in 3D e così via, ma non è un’innovazione in realtà: si cambia solo di sopporto, non d’estetica. Aspettiamo ancora un po’. Verrà qualcosa. Gli ologrammi sono ancora da venire. Vedremo. Lasciamoci sorprendere. Le parole non imitano la natura, hanno una loro materialità, non ci danno accesso alla trascendenza. Rendono visibile l’invisibile ma non mirano per forza a qualcosa d’astratto, al di fuori della realtà terrena. Non è felice colui che trova il Bello. La felicità sta nel fatto di esser capace ad interessarsi al Bello. Un’opera d’arte, una parola non è l’imitazione di una natura sensibile o intelligibile: è il punto di partenza di un’esperienza in grado di liberare un rapporto nuovo all’Uno. Mi si parla della scrittura delle religioni monoteiste, che si fanno a parole scritte. Io, preferisco dire che le parole scritte fanno le religioni monoteiste. Il mondo Biblico per esempio, non si dà in un modo realistico, eppure pretende dire la verità. La differenza tra lo stile omerico, cioè la letteratura, e il testo biblico, cioè la religione, sta nel fatto che nel primo, c’è una totale trasparenza, nel campo semantico tutto è visuale, è tutto al primo piano; nel secondo, ogni elemento non viene mai dato solo per se stesso, c’è un secondo piano, una tensione con l’assenza. Il testo biblico richiede un’interpretazione, Omero ci da l’uomo come uno spettacolo. Certo dove la Bibbia ci parla di piccola gente, d’umili pastori, Omero ci parla d’Ulisse, d’eroi sovrumani, eppure egli ci da dei dettagli realistici e concreti, senza però pretendere tirannicamente al vero. Ci sarebbe ancora tanto da dire. Non penso che si tempererà un giorno questo senso d’inadeguatezza linguistica dell’uomo al mondo, almeno che egli taccia, ma è poco verosimile. Tentiamo così tanto di ordinare, d’interpretare, di controllare tutto, che abbiamo finito per aver una visione talmente sintetica del mondo da dimenticarne l’immensità. Sono bastate due parole a Ungaretti per dire questo".

I.S.U. - "Esiste un rapporto tra felicità e conoscenza? Se esiste, le parole che ruolo giocano?

PETTINOTTO - "Non si può dare una definizione universale della felicità, valevole per ogni essere ragionevole, perché questa è legata alla soggettività ed alla sensibilità di ognuno. Non si lascia afferrare né ragionevolmente né empiricamente perché dipende da condizioni che superano la semplice volontà. Una vita felice suppone quindi di non essere impedita da ostacoli esterni, ciò vuole dire -come sosteneva Kant- che la felicità non è un ideale della ragione, ma dell'immaginazione. Forse lì il nesso con le parole c'è. Se la felicità appartiene alla sfera dell'immaginazione, non può essere proposta come fine dell'azione morale: si può, infatti, esser felici senza esser virtuosi, ed essere infelici essendo virtuosi. Felicità e virtù non sono legate. L'azione morale non rende l'uomo felice ma lo rende degno di esserlo. Ora, questa dignità si gioca nelle parole, esse sono la sede di ogni scelta, sono il vettore dell'intelligenza. Al principio dell'azione morale c'è la riflessione, la discussione, il Verbo. Si tratta di sapere se la felicità sia il maggiore fine dell'uomo o se ce ne siano altri come la giustizia, la libertà, l'amore. Per Aristotele, Epicuro o gli stoici la felicità perenne è fondata su una vita virtuosa guidata dalla ragione perché la ragione è la maggior facoltà dell'uomo e deve essere al principio delle sue scelte: bisogna ordinare i suoi desideri ed accettare, chinando il capo, l'ordine del mondo. L'atarassia, questa concezione negativa della felicità, fa "pendant" ad una vita pienamente umana, cioè liberata dai bisogni e dedicata all'intelligenza, ma, nello stesso tempo a che fare con una forma di rassegnazione, cioè di silenzio. Ci sono due modi di considerare la felicità: d'una parte, essa viene considerata come qualcosa che ci capita così, qualcosa di precaria e non controllabile che ci succede senza che ce l'aspettiamo. L'uomo muto accetta la sua sorte, non si ribella, non alza la voce, non grida: "rivoluzione", egli tace. Da un'altra parte, la felicità è ritenuta non come un dono silenzioso ma come qualcosa che può esser prodotto, cioè definito con tante parole, e così, per via di conseguenza controllato. Le parole sarebbero in grado di afferrare la felicità e di crearla. Io tendo a considerare la felicità come uno stato di fatto da cui le parole possono al massimo dare testimonianza, ma con umiltà. Ritengo pericoloso per esempio affermare: "sono felice", qualcuno se lo dice per autoconvincersi, ovvero perché non lo è ancora oppure perché non lo è più. Soprattutto se la felicità viene definita come stato durevole, diverso dal piacere o della gioia entrambi effimere. Allo stesso modo, se uno dice: "Sono intelligente", di sicuro non lo è. Chi dice: "Non mi sbaglio" si sbaglia. E' già un peccato dire: "Non pecco mai". E' vano perseguire la felicità per la felicità. La felicità non si persegue. Non si può conquistare. La conoscenza invece sì, e solo lei ci fa felice, ma non d'una felicità beata e superficiale: d'una felicità profonda, a volte anche dolorosa. La conoscenza è un'attività teorica e disinteressata, che soddisfa un desiderio di sapere senza preoccupazioni per la sua utilità pratica. E' da distinguere quindi dall'azione pratica anche se pensiamo spesso all'efficienza di tale o tale conoscenza. L'importante è che le conoscenze empiriche si organizzino con l'intelligenza intorno alla materia sensibile. E' noto a tutti che il dolore aumenta con la conoscenza. La conoscenza affila la sensibilità al dolore. La felicità non è legata alla conoscenza ma all'intelligenza. Credo nella felicità di una poesia. Sull'eco dei ricordi, sui vetri dell'infelicità, su tutta l'angoscia nuda, sui rifugi della fraternità, sull'ovatta delle nuvole, il poeta prova spesso a scrivere il nome della speranza. Il suo grido, un grido che non si sa bene chi l'abbia emesso, un grido tra l'urlo del neonato e l'ultimo rantolo del moribondo; un temporale, ma un temporale muto in un cielo disperatamente azzurro. Il poeta scrive fra due batticuori, come se il tempo si fosse fermato. Non è mai facile scrivere su di lui. Del resto perché farlo? Si gioca in lui una sorda resistenza delle immagini davanti al frastornante carosello del verbo metafisico, ciò che garantisce al lettore un profondo sentimento d'allegria, nonostante la minaccia permanente della disperazione, nonostante la presenza dell'insuccesso, del fallimento e della morte all'interno d'ogni poesia, è la generosità del suo dire, ovvero delle sue parole, ossia in somma del suo sguardo sul mondo. Ora bisognerebbe sapere se la sua ossessione è meno di vedere, cioè di dire, che di essere visto, cioè; in un certo modo: di tacersi.. La poesia combatte l'orrore con più orrore ancora. L'angoscia da lui combattuta, prende la forma, sia come nichilismo integrale, sia, diciamo, come una possibilità mortale. Il poeta, dopo la scoperta della sua sofferenza emotiva, spesso quella dell'amore, decide di piegare i fatti alla sua volontà: Egli dice per esempio: "Io non ti immaginerò, e tu non sarai!". Il poeta dice: "Il mio non pensare renderà possibile un non essere". Il poeta interamente e completamente disponibile al girovagare, alla contemplazione, libero fino alla contrazione più stretta, fino alla misura o la dismisura, fino al margine, fino alla solitudine. Anche, egli è già condannato (insisto su questa parola) a vivere senza ringhiera, ossia a perdersi all'imbrunire fino alla prossima apparizione dello spettro dell'orrore con il suo corteo d'angoscia, di momento di violenza appena contenuta, di crisi di alcolismo forsennato e di violenta e subita disperazione. Spesso a troppo voler vedere le cose da vicino si finisce per non veder più niente. E' una pazzia, una pretesa di volere, col testo, dominare, controllare, essere il padrone, delle proprie angosce o della propria felicità, anche se nello scopo nobile e salutare di espiarle e di raggiungere il benessere. Il poeta si smarrisce in un universo di grande miseria morale ma questo non gli dà il diritto né il dovere di sacrificarsi alla causa della felicità. Resta che la sua poesia possiede la sua potenza tenace e segreta in quest'ultimo messaggio, questo S.O.S, gettato da lui come una bottiglia in mare, segnato d'un immenso sconforto e di un'immensa bellezza: "e tu non sarai!" Si tratta sempre di speranza, anzi doppia speranza: quella di contornare i tabù, magari anche la società stessa, con dolcezza, senza farci caso, come vigliaccamente; ma anche quella di diffidarla e di vincerla. Gli sforzi del poeta per tornare alle origini delle sue angosce sono per questo e prima di tutto suggestioni, minacce e non la rappresentazione precisa e realistica dell'oggetto spaventoso. I limiti del poeta, fortunatamente o no, sono anche nella sua perfezione. Vittime delle parole, del linguaggio, chissà di che cosa ancora, egli resta alla superficie del suo argomento. Si tratta, leggendo una poesia, di dimenticare e di farsi dimenticare, di essere fuori del mondo per non soffrire più. Il poeta provoca, suscita una serie di esperienze fisiche, emozionali, intellettuali, senza mai generare nessuna malinconia. Infatti la malinconia la produce il lettore. Se l'immagine è sempre sospettosa, c'è un mistero, una complementarità che stabilisce tra la conoscenza e il dire una dialettica. Il poeta certamente trova una singolarità propria, ma non si può dire se questa singolarità sta per salvarlo o per ucciderlo. Il poeta crede nella felicità, semplicemente le condizioni per viverla non esistono, nessuno le trova. Ecco, abbiamo posato una scala contro un muro che va chissà dove. Non possiamo affermare nulla, solo lasciare il posto all'immaginazione, alla rappresentazione mentale, ad un atto di fede, si può dire così. Completamente assorbito nella bellezza delle parole, sulle quali non ho nessuna presa se non quel distacco della riflessione, mi abbandono alla speculazione".

I.S.U. - "Cos'è l'intelligenza per un letterato? Che rapporto intercorre tra intelligenza e parola?"

PETTINOTTO - "Io chiamo intelligenza il complesso d'attitudini che consentono all'individuo di adattarsi attivamente a tale o tale situazione, più o meno complessa, ovvero i mezzi di quest'adattamento. Come dice Umberto Eco: sapere vuole dire sapere al momento giusto, al momento opportuno. Quante volte leggendo un libro ci diciamo: "Ah! Se avessi saputo questo prima!" Lì, si fa già un rapporto con la cultura. Conoscevo un professore - pentito comunista - che mi diceva sempre: "Peccato che a vent'anni non conoscevo ancora Paul Nizan!" Lui pensava che la letteratura, la cultura, le parole, in un certo senso, avrebbero modificato le sue scelte, avrebbero cioè introdotto in lui l'intelligenza necessaria per non commettere ciò che ora ritiene essere errori di gioventù. Avrebbe avuto la consapevolezza di ciò che occorreva avere per non sbagliarsi in quel momento preciso della sua vita. E' perché l'intelligenza umana è legata alla sfera culturale, che non è istintiva. Essa suppone costruzione e invenzione. Certo l'istinto, anche lui, consente di adattarsi al reale, ma è un atteggiamento stereotipato, programmato geneticamente. Le decisioni dell'uomo, le sue scelte di vita superano il dato biologico dell'esistenza. Non è neanche più sicuro che l'Umano abbia un istinto, perciò è resa necessaria l'educazione. Egli ha bisogno di un insegnamento che lo guidi sulla strada giusta. Quest'insegnamento si fa con le parole. Sono le parole a costruire il sistema di valori che orienta l'uomo quando egli si trova nella necessità di adattarsi al mondo. Non è il valore esemplare della parola che caratterizza l'intelligenza: non è perché uno ci dice "No" che dobbiamo ubbidire, non è perché uno ci dice "Così si fa" che dobbiamo fidarci -anche se ha ragione-. La parola è il motore dell'intelligenza non quando comanda, ma quando consente l'articolazione del pensiero, quando permette di combinare tra di loro giudizi. E' così che nel '36, tanti giovani raggiunsero le brigate internazionali dopo aver letto André Malraux. Non per imitare gli eroi di Malraux, ma perché egli lasciava nei suoi romanzi lo spazio necessario ad una riflessione personale su un problema generale della storia. Ogni lettore, singolarmente, isolato dal resto del mondo, doveva, di fronte al testo di Malraux rispondere: "Ed io? Che cosa faccio adesso?" Adesso che sapevano, questi giovani potevano agire o fare niente, nessuno al di fuori di loro li poteva giudicare, però sapevano che non avrebbero mai più potuto dire che non sapevano, non avrebbero mai più potuto auto illudersi di non conoscere la situazione. Le parole introducono un ordine nella rappresentazione che noi ci facciamo del mondo. Consentono di capire il reale quando si fanno lo strumento della ragione, la quale deve regolare la condotta dell'uomo e la conoscenza del mondo. Può essere "pura" la ragione in quanto fornisce i principi di questa conoscenza del mondo, oppure "pratica", quando fornisce quelli che devono regolare l'azione umana. Una parola modifica sempre la condotta dell'uomo, indipendentemente del suo significato: la parola in quanto parola agisce sullo spirito, segna una pausa, introduce un dubbio, un "forse", un "ma", un "perché no". La parola si può produrre al di fuori dell'esperienza, nel pensiero. Per esempio, quando devo prendere una decisione, trovo sempre la soluzione nel libro che sto leggendo sul momento, anche se l'argomento è del tutto diverso. Hanno quindi un'autonomia le parole, le prendiamo come e quando vogliamo. Per questo i capolavori vanno riletti: perché ci troviamo sempre una risposta adattata alle nostre esigenze, quindi c'insegna come adattarsi. Agiscono le parole su di noi. L'intelligenza è di accorgersene. Quando in macchina seguiamo ciecamente i segnali stradali: "Torino 12", "Susa 28", sono, in realtà, le parole che seguiamo, ci fidiamo di loro per trovare la città in cui vogliamo andare. Come mai allora ci perdiamo sempre? E' troppo facile accusare la noncuranza della Provincia o della Regione (ancora che non brillano certo per la loro brama di chiarezza), ci perdiamo perché le parole ci guidano dove vogliono loro. Se proseguo su Torino sicuramente mi ritrovo a Milano perché le parole pur determinando la nostra condotta hanno anche un carattere ingannatore. Non si saprà mai fin dove fidarsi delle parole. Esse formano il nostro pensiero, magari lo limitano, lo fanno sbagliare. L'intelligenza vera sarebbe di dubitare anche di questo, ma poi per riconoscere che non si è intelligenti, occorrerebbe esserlo quindi. Prendiamo le cose come vengono. Si tratta solo di saper ascoltare le parole che sono in noi.

I.S.U. - "Esiste una intelligenza sociale? Quale ruolo hanno, in questo caso, la parola, la letteratura ed il letterato?".

PETTINOTTO - "Esiste un'intelligenza sociale, per forza, altrimenti, non ci sarebbe nemmeno una società, anzi l'intelligenza sociale non è nient'altro che la "socialità". Ho detto in precedenza che la parola intelligenza designa le attitudini che consentono all'individuo di adattarsi attivamente a tale o tale situazione e i mezzi di quest'adattamento. Si tratta quindi di sapere se la società ci permette di reagire, a favor nostro, ad ogni accaduto sollecitando un nostro impegno. Lo strumento maggiore della società, lo strumento nel quale si dovrebbe manifestare l'intelligenza sociale, è, ovviamente, la politica. Eppure, per Hobbes e Rousseau, che si opposero alla tesi di una socialità naturale, la politica era soltanto una necessità esteriore. Poi Kant si è addirittura messo a parlare di "non sociabile socialità" per caratterizzare il movimento contraddittorio col quale l'uomo cerca, d'una parte, di unirsi agli altri per garantire la propria salvezza, e dall'altra prova a sottrarsi ai comuni obblighi. Non penso che l'uomo si possa salvare con gli altri. Le istituzioni che regolano la società si oppongono alla libertà dell'individuo, ai suoi desideri, alle sue parole. Egli deve tacere, non perché ci sia la dittatura, per carità, ma perché una regola c'è e va rispettata. La parola disturba sempre l'ordine pubblico. La società occidentale si caratterista per la produzione di ricchezze, un forte sviluppo tecnologico, un livello d'urbanizzazione elevato, un'apertura dei mercati economici all'estero e così via, eh beh, cosa si può dire? Cosa può il letterato? Può provare ad analizzare la società, le leggi della società, così fece Auguste Comte, il quale diceva che non si poteva capire la società analizzando soltanto i suoi elementi, cioè gli individui, perché, secondo lui, il fatto sociale costituisce un ordine di realtà irriducibile. Lì forse si può trovare un accordo. Quando gli uomini sono uniti sotto la stessa regola, in modo quasi meccanico, l'intelligenza sociale non c'è, ovvero la società non aiuta i suoi individui nelle loro scelte, nelle loro decisioni. Invece quando essa lascia alla gente il margine -sacro- della libertà individuale, allora sì, la somma delle intelligenze, che si completano tra di loro, forma ciò che nella domanda è chiamata intelligenza sociale. Il letterato e la letteratura non sono al primo posto, la parola sì, anzi, la parola legislativa: la Legge. Una società non è soltanto la giustapposizione d'individui singolari, è una comunità coerente, regolata da un insieme di parole alle quali ognuno dei partecipanti deve - o dovrebbe - aderire: non si ruba, non si uccide, non si fuma nei luoghi pubblici, oppure, si va a lavorare, si va a scuola da bambini, si rispetta la libertà altrui e così via. E' la parola del magistrato che conta, la cui Bibbia si chiama Codice. Il letterato, da questo punto di vista, è sempre stato un problema, la sua parola, irragionevole, non trova un posto palese, in quest'organizzazione faraonica. E' per questa ragione che Platone scaraventa, violentemente, il poeta fuori dalla sua città ideale: Omero viene accusato di ingannare gli altri, di allontanarli dal loro fine che è il compimento della funzione propria. Crea illusione il poeta. L'uomo di lettere cerca il perché della società. La letteratura non parla di altro. Alcuni scrittori dicono che gli uomini vivono insieme per orgoglio, altri per desiderio, altri per paura della morte. Sappiamo che le affermazioni della propria potenza creano delle tensioni fra gli individui che si scontrano, si oppongono. Il gioco delle passioni ci condurrebbe quindi all'autodistruzione se non ci fosse, per alcuni, lo Stato e, per altri, come me, la Letteratura -diciamo la Cultura in genere-. Ecco due strutture la cui funzione è di garantire la pace tra gli uomini. Non mi azzardo a dire che l'una supera l'altra, ma dico che nella storia, se lo Stato è fallito, la Cultura mai. Lo scambio di beni non può essere solo gestito dalla politica, anzi dall'economia -ormai la politica non ha quasi più senso- ma ben dalla Cultura, cioè dal luogo di mediazione tra l'uomo e il mondo, in cui l'intelligenza sociale si manifesta, quindi, nella cultura, non nella sua forma istituzionale -sempre diffidare del Ministero della Cultura, che, a ben ricordare, una volta era quello della Propaganda- , ma nella sua forma selvaggia, spontanea e popolare".

I.S.U. - "Sembra che in questo periodo stia aumentando, a notevole velocità, la quantità di gruppi sociali. Lo stile di vita di un soggetto può essere determinato, oltre che dalle coordinate geografiche, dai requisiti genetici, dal censo e dalle consuete discriminanti sociali, anche da altri nuovi fattori. I mezzi di comunicazione, il più delle volte in modo unidirezionale, per esempio, determinano, proponendo vari stili di vita, delle vere e proprie comunità, composte da soggetti consapevoli o inconsapevoli di una condizione di appartenenza, voluta o "di fatto". Assistiamo ad una accelerazione di molti comportamenti, unitamente ad una isterica speculazione dedita ad interessi "temporanei e superficiali". Ci potrebbe descrivere qualche scenario per il futuro soprattutto dal punto di vista del letterato, della letteratura e delle parole?".

PETTINOTTO - "Si percepisce bene il rapporto che c'è tra "comunicazione" e "comunità". La comunità o la collettività si fonda sulla condivisione e la complementarità di chi la costituisce, essa è, secondo me, un fatto di cultura risultante dell'adesione volontaria d'ogni individuo: il famoso contratto sociale di Rousseau e di Hobbes. Il veicolo di questo "fatto di cultura" non è nient'altro che la comunicazione, ovvero il complesso di scambi d'informazioni. La comunicazione va oltre la circolazione dei beni o delle persone, si mescola a tutte le attività sociali. Di solito si distinguono tre tipi di comunicazioni sociali: la prima, interpersonale, riguarda soltanto gli individui nelle loro relazioni singolari e spontanee. Ha per principio la gratuità, ovvero si parla "per parlare", con simpatia, animato dal desiderio e dal bisogno di comunicare. La seconda, risponde a degli imperativi pesanti, anche a volte economici, ed è detta "mediatizzata". La terza, istituzionalizzata, riguarda l'organizzazione sociale, la cultura e la vita politica di una società. Quest'ultima comunicazione rinvia direttamente alla communitas. Oggi, è vero, sta aumentato la quantità di gruppi sociali, e si può davvero dire, come lo fa il sociologo francese, Michel Maffesoli, che l'individualismo è l'ultimo pregiudizio del Novecento. Maffesoli è colui che ha inventato il concetto di tribù per analizzare la società postmoderna. Ho avuto con lui delle discussioni appassionate su quest'argomento. Secondo me vale sempre la pena di distinguere tra comunità (ciò che in tedesco chiamano Gemeinschaft) e società (Gesellschaft). La prima è sentimentale, l'individuo vi è legato fin dall'infanzia o fin dall'inizio di una sua passione: la famiglia per esempio, oppure la comunità che compone un gruppo di musica, ogni musicista è legato al suo gruppo da un sentimento forte che lo lega alla musica ed agli altri, legati, a loro volta, alla stessa musica. La seconda è artificiale, l'individuo vi aderisce per trarne vantaggi diversi: la società civile è così, le associazioni di consumatori, le lobby americane e così via. La comunità è quindi preferibile alla società, perché non è soltanto la coesistenza d'individui legati fra di loro per interessi e bassi calcoli, ma si fonda sulla solidarietà e la spartizione di un sentimento comune: così, intorno al sentimento della libertà, vi erano i partigiani, intorno alla musica pop, vi sono i "fans" dei Beatles, ed intorno al "rock and roll", vi sono quelli di Elvis Presley. Mi chiede di immaginare qualche scenario per il futuro. Ci sono più cose, e lì, prima di tutto, bisogna guardare al passato: questa concezione di una vita comunitaria della vita sociale e politica, ovviamente non contrattuale, presenta un rischio, anzi un pericolo per la libertà individuale. Ponendo l'ideale di una vita collettiva nella quale fondersi, si rischia di scivolare sull'imperativo di essere in un modo piuttosto che in un altro, di amare in un modo piuttosto che in un altro. Mi chiedo sempre fino a che punto siamo liberi di aver o no, per esempio, il cellulare. Un ragazzo di 15 anni, nella nostra società, senza il cellulare viene percepito come "extracomunitario", quindi per lui è meglio averlo. Non sto facendo un discorso su la modernità tecnologica, attenzione, non sto parlando della necessità di sapere usare determinati strumenti per non essere tagliati fuori dal mondo, dico che uno non è più libero di non aderire. Dunque, avere il cellulare è quasi un atto di fede, è come prendere la tessera d'un partito! Non so se le donne vestano Dolce&Gabbana per libera scelta o se siano costrette dalla pressione sociale. E' difficile dirlo, ma mi sembra che andiamo verso una forma di totalitarismo in questo senso, anzi ci siamo già, perché assistiamo ogni giorno alla lotta di una comunità contro l'altra, di un gruppo contro l'altro. Sono piuttosto pessimista quando vedo, per esempio, la violenza della lotta che si fa, tanto per fare un esempio, contro i fumatori. Avranno tutti i torti, verso di loro prima di tutto, verso gli altri senza dubbio, sono d'accordo, ma, temo che la loro persecuzione diventi "bon ton". Sta bene prendersela con loro. Li additiamo, nel vero senso del termine. Se, d'una parte, riconosciamo l'esistenza di comunità autonome, dall'altra, affermiamo che l'uomo non è pacifico -basta guardare alla sua storia- possiamo affermare che adiamo verso lo scontro delle comunità. Il letterato per definizione appartiene ad una comunità. Che cosa farà? Difenderà, prima di tutto, la sua comunità, sentimentalmente unita intorno al pensiero, e poi proverà, in una disperata mediazione, ad incitare alla pace ed alla tolleranza. Questo è sempre stato il suo ruolo. Lo scontro più tragico che attraversa la storia umana, è sempre stato quello, titanico, del giorno contro la notte, ovvero dell'intelligenza contro l'ignoranza. Mi fa paura il fatto che, adesso, la comunità degli ignoranti sia lodata, sia adorata mentre, quella dell'intelligenza quando non è solo ignorata, è disprezzata. Vedo ragazzini che venerano Paris Hilton, e non sanno chi sia Victor Hugo. E' triste non sapere che in questo mondo è vissuto un uomo e che quest'uomo ha dispensato poesia ad altri uomini, che quest'uomo ha scritto anche per loro, adulatori del vuoto, che quest'uomo si chiamava Victor Hugo ed era un gigante. Mi viene in mente adesso appunto perché le sue ultime parole -un dodecasillabo ovviamente - sono state queste: "c'est ici le combat du jour et de la nuit" La superficialità c'è sempre stata, ma oggi si stanno davvero rovesciando i valori, è proprio il trionfo, se così lo vogliamo interpretare, di Matteo: gli ultimi sono diventati i primi. Si ammirano Marina della Rosa e Flavia Vento -il cui unico pregio è quello di essere maestre nell'arte di vendere un corpo, il loro, per la quasi totalità "ritoccato" dal chirurgo estetico-, si è in estasi davanti a Pietro Tarricone e Fabrizio Corona. Mi sembra di sprecare il mio fiato a pronunciare questi nomi. Il pericolo sta nel fatto che loro, questa comunità che potremmo chiamare "la comunità cazzo-minchia", fa sentire gli altri a disagio. Sembra di essere un imbecille. Se prima, uno poteva opporsi, dire di "no", oggi, le cose sembrano andare da sé, e la resistenza si fa vana. Le cose sono complesse e non vorrei qua ridurre la mia riflessione ad una dialettica troppo stretta, ma va precisato che più che l'assenza di moralità o d'intelligenza, a fare la scissione tra una comunità e l'altra è proprio il "manco d'amor". La letteratura ci mostra la strada giusta in quanto è amore, definisce e fa vivere l'amore. Io amo Cesare Pavese, d'un amore che supera i sentimenti che possono provare quelli che si esaltano davanti alla mediocrità televisiva. Il pensiero non può salvarsi se non lo salviamo noi. Non si deve credere ciecamente nell'immortalità del pensiero: esso è in pericolo, spetta a noi difenderlo, una volta di più sarà l'amore a salvarci. Se troviamo, nella letteratura -o nell'essere amato- la forza di dire di "NO" allora forse, una speranza c'è. Per conto mio, quando vediamo la riuscita degli altri, o voglia di fallire, teniamo,per ora quindi, sempre presente il famoso verso di Dante: "Cader co' buoni è pur di lode degno".

I.S.U. - "..."La letteratura ci mostra la strada giusta". Così, poco sopra, il concetto da Lei espresso. Chi e come ci sta indicando la via alla letteratura. Chi e come sta parlando ai giovani, ai vecchi ed a chi sta in mezzo della letteratura e del ruolo di questa. Come giudica l'approccio scolastico, didattico e culturale in tal senso? Intelligenza, morale, educazione e cultura come si possono interpretare alla luce delle sue affermazioni?

PETTINOTTO - "La letteratura ci indica la strada giusta in quanto ci offre un'esperienza diretta della libertà, essa è l'unico spazio in cui la libertà si può muovere. Una libertà "scatenata", un pochino pazzesca, una libertà che a volte sarebbe anche pericoloso usare nel reale. Quando dico "la letteratura", non intendo lo scrittore, il suo messaggio, l'esempio che egli vorrebbe trasmetterci, non intendo neanche il lettore chiaramente identificato, nominato, schedato; quando dico "la letteratura ci mostra la strada giusta", voglio indicare questo spazio preciso in cui ognuno non è più se stesso, in cui il lettore si dimentica, abbandona la propria storia, i propri pregiudizi, sta per così dire "un altro", per il quale tutto diventa possibile. Davanti al libro ognuno deve abbandonare, per così dire, i propri panni ed essere davanti alla realtà proposta vergine, aperto. Non è utopico, ma è un'operazione intrinseca alla letteratura quella di spogliarci. Anche se non lo vogliamo essa ci può cambiare, e ci cambia anche maggiormente quando non ce l'aspettiamo. Primo Levi ci mostra la via del pentimento, Dante quella della salvezza, Goethe quella della ribellione agli dei, Zola quella della giustizia sociale, e così via. Non dico che questi scrittori ci facciano cambiare, dico che ci cambiano i loro libri, ovvero la loro letteratura, perché leggendo "Se questo è un uomo", non sono più il signore x, sono l'uomo di cui sta parlando, quando leggo la storia del giovane Werther, la smetto di pensare con il mio sistema di valori, e comincio a valutare il reale con altre idee. Non dico per tanto che il mio sistema di valori sia sbagliato e quello del libro migliore, badate, infatti, che non invito a seguire la strada, e la letteratura ci lascia anche la scelta di rifiutarla. E' la libertà totale. Nella lettura, le costrizioni esterne non ci sono, l'uomo vi ritrova quindi la sua condizione d'essere libero. Non è però una libertà stoica, distaccata da tutto che non conoscerebbe sofferenze né forzature in quanto indipendente moralmente del resto del mondo. La libertà della letteratura si divide in due cose: prima in un tempo negativo, quella che Descartes chiamava la "libertà d'indifferenza", ovvero, come dicevo poc'anzi, si può scegliere anche il falso, il male. In secondo luogo abbiamo la libertà detta "libertà illuminata", che tende alla conoscenza del bene. Si ha ragione nel chiedermi come, dicendo questo, si possono interpretare l'intelligenza, l'educazione e la cultura, perché sappiamo che il libero arbitrio -sviluppato, in parte anche dalla letteratura- a volte arbitrario e sprovveduto, è incompatibile con l'esistenza della società, perché, come dice Rousseau: "On fait souvent ce qui déplaît à d'autres, et cela ne s'appelle pas un Etat libre." Non vi è libertà senza legge, perché la dignità dell'uomo si fonda sulla sua capacità a rispondere ad un ordine morale e non alle proprie inclinazioni. La libertà quindi vuol dire ubbidire alla legge morale. Ora, la letteratura circonda questa legge, gira intorno, se ne allontana a volte, per poi ritrovarla, ce la fa sentire. Chi parla ai giovani? Io non voglio individuare una figura precisa, preferisco dire "la letteratura" o "le parole", perché non è detto che quello che mi aiuta, aiuti anche gli altri. Mi aiutano a percepire la libertà -e, di fatto a sentirmi libero- i poeti, i cantautori, le parole della mia fidanzata, ma è molto personale. La maggior virtù dell'approccio scolastico, didattico e culturale della letteratura è di metterci in contatto con i libri e con le parole dei libri. E' una mediazione. Niente di più. Se volessi svolgere un'attività di trasmissione intellettuale, mi basterebbe, in teoria, soltanto dire: "Andate un po' a vedere, a cercare, esiste un tizio che di nome fa Fabrizio de André, un altro che, se non ricordo male, si chiama Francesco Guccini. Andate a vedere i film di Jean-Luc Godard e di Jean Vigo, guardate lì, c'è un tale non male che si chiama Alessandro Manzoni". La lettura, come lo scrivere, è un atto del tutto automatico e indipendente che non ha bisogno di alcuna preparazione o di alcuna "intenzione", come il vivere, che, ad ogni istante, crea improvvisando la vita".

I.S.U. - "Come pensa il rapporto tra i libri, codifica materiale di un processo assai elaborato, e le nuove tecnologie, i nuovi supporti...

PETTINOTTO - "Cosa e come diventeranno i libri e le parole?" Sono assai straziato su quest'argomento, perché se sono sensualmente legatissimo all'oggetto "libro", lo sono ancora di più al testo, cioè all'astrazione del suo contenuto. Ma un libro non contiene un testo come una bottiglia contiene il vino ed è molto di più che il suo semplice sopporto: egli sta nell'atto della sua realizzazione, ovvero, un testo esiste quando è letto, la lettura essendo un percorso vuole un materiale adattato. Occorre pensare la lettura come se fosse una camminata in montagna. Per andare avanti ci vuole un'attrezzatura adattata: scarpe, bastone, e così via. I libri sono l'attrezzatura della lettura. Certo si può andare anche a piedi nudi, ma è più faticoso. Il pensiero richiede tempo, il libro ce lo dà, non mette fretta, ognuno gira le pagine al proprio ritmo. Una lettura su 'internet è sempre economicamente ansiosa, non si può tornare indietro, e poi la luce dello schermo brucia gli occhi. Non è piacevole per niente, e non si va avanti. Perciò penso che la carta non possa scomparire: se dovesse scomparire, il pensiero se ne andrebbe anche lui, perché non è possibile pensare nell'astrazione. L'uomo -a torto o a ragione- è una creatura materiale, carnale, ha bisogno di toccare, di manipolare. La biblioteca nazionale francese sta mettendo tutti i suoi libri in rete. Il progetto ha nome "Gallica" ed è già attivo sul sito della BNF. In pratica ci si possono scaricare -gratuitamente- i testi non tutelati dai diritti d'autore: tutti gli scrittori dell'ottocento per esempio. E' una biblioteca utopica virtuale. Ma chi ce la fa a leggere i Miserabili sul suo computer! Adesso, quasi quasi un libro classico costa di meno da una connessione internet. Ritengo che internet sia un ottimo strumento di diffusione, non di consumazione, per lo meno finché non ci sarà una vera e propria creazione artistica in rete. L'Adsl non ci farà risparmiare niente del tempo necessario alla lettura di Hegel o di Proust. La massima velocità che tutti noi vogliamo contraddice il tempo necessario al confronto col testo. Per diffondere il sapere, le idee, le informazioni bisogna tener presente questo: internet non studia per noi. E' uno stupendo strumento di mediazione, ma non si creda che si possa sostituire alla mente umana ed allo studio personale. Per lo sviluppo intellettuale dei bambini, alcuni ricercatori ritengono dannoso l'uso del computer a scuola. Certo, i bambini arrivano nel mondo così com'è: per loro il computer è simile ad una matita: né più semplice né più complesso. Occorre però che ogni categoria mentale tenga bene il proprio posto nella gerarchia organizzativa dello sviluppo intellettuale. Personalmente sono affezionato alla carta ed all'inchiostro, però so benissimo usare il computer. Leggo i libri e, nello stesso tempo, rispondo a quest'intervista. Se dovessero scomparire i libri, non credo che gli alberi ne trarrebbero vantaggio, perché l'uomo troverà un'altra cosa e non avremmo neanche quella -ecologica- consolazione! Per finire, non mi fido dell'immaterialità delle pagine web, perché si possono facilmente cancellare: si mettono nel cestino e non lasciano traccia. I libri si possono bruciare, ma fanno fiamme, altissime, che non lasciano mai indifferenti. Il rogo dell'intelligenza, nella notte, illumina ancora il mondo, e le ceneri, alla mattina, sono ancora tracce del sapere bruciato".

I.S.U. - "...e tra scienza e letteratura?"

PETTINOTTO - "Penso il rapporto tra scienza e letteratura attraverso il prisma dell'epistemologia, la quale pone parecchie domande alle quali le due discipline rispondono. Prima di tutto, come si riconosce una conoscenza scientifica? Con la possibilità di controllare i fatti, ovvero l'esperienza, così la letteratura non sarebbe una scienza, in quanto sfugge al controllo sperimentale. L'unità di metodo della scienza, poi, fa sì che essa si distingue dalla letteratura, la quale è molteplice. Tuttavia ci sono rapporti, ad esempio, tra la letteratura e le scienze formali, la matematica e la logica. L'Oulipo, in Francia, ha tentato qualche ravvicinamento, a volte anche pertinenti: Raymond Queneau era appassionato dalla matematica e a Georges Perec piacevano le esperienze formali. A prima vista, però, il rapporto più consueto direi che è quello tra la letteratura e le scienze umanistiche: la storia, la sociologia, la psicologia. Ognuno sa benissimo che i nessi tra queste discipline costituiscono il sapere maggiore che l'uomo ha dell'uomo. Ancora che si potrebbe negare questo rapporto seguendo il filosofo tedesco Wilhelm Diltherey, il quale distingue tra scienze della natura e scienze dello spirito, in quanto l'oggetto di quest'utima, l'uomo, richiede, per essere capito, non tanto una verifica sperimentale quanto un'interpretazione delle sue intenzioni, ovvero, un' ermeneutica. Diltherey, così, fa la distinzione tra spiegare e capire. La spiegazione ricerca le cause di un fatto ed è proprio il metodo delle scienze della natura; la comprensione prova a delimitare il senso di un fenomeno ed è in opera nelle scienze dello spirito. Secondo lui è possibile fondare un'epistemologia che si fondi sulla stessa obiettività delle scienze pratiche. Ecco, siamo tornati al punto di partenza. I rapporti tra scienza e letteratura sono numerosi se badiamo soltanto ad avvicinarne i contenuti: infatti non guasta conoscere Freud per leggere Moravia, ed è stimolante leggere Petrarca alla luce di Jacques Lacan, però è sulla questione del metodo, del rapporto al loro oggetto, che entramb