Colm Mannin - intervista "e mail"

I.S.U. - "Innanzi tutto grazie per aver accettato di fare parte della nostra comunità scientifica. Desideriamo, per prima cosa, chiederLe cosa L'abbia condotto agli studi giuridici".

Mannin - "Ho scoperto il diritto per caso a quattordici anni leggendo l’introduzione ad un libro giuridico, il quale spiegava che si sarebbe potuta perdere una causa, pure solida nella sua fondatezza, solo per un errore di procedura; ciò mi parve così bizzarro che volli subito capire meglio questo strano mondo della giustizia. Quale tipo di magistrato prenderebbe una tale decisione ovviamente ingiusta? Che farebbe allora l’avvocato? Ed il povero cliente, come mai dovrebbe accettare una sconfitta che non si merita? Qualche anno più tardi sono riuscito ad incontrare alcuni avvocati, notai e perfino magistrati, ognuno accettando con grandissima gentilezza di spiegarmi il proprio mestiere. Sono stato colpito per l’intelligenza e l’umanità di tutti questi grandissimi attori della comunità legale.
Peraltro, non ho mai dimenticato la loro pazienza, la generosità e
l' incoraggiamento soprattutto se penso che prima di incontrarmi non mi conoscevano affatto. Così, ho potuto apprezzare fin dall’inizio lo spirito di confraternita che sta al cuore delle professioni giuridiche. E' proprio per questo che oggi sono docente e posso,
così, consigliare ed aiutare gli studenti della facoltà di diritto a Tolosa, che hanno tutti l’ambizione di diventare nostri futuri colleghi. In verità, visto che il mondo del diritto mi ha dato tutto, è normale restituirgli qualcosa!".

I.S.U. - "Che cos'è per un avvocato la giustizia?"

Mannin - "Secondo me, la giustizia è la religione dell’avvocato, punto e basta! Tuttavia, per potere fare giustizia ci vuole innanzi tutto una vera indipendenza dalla magistratura, che esiste purtroppo in pochissime parti del mondo. E' proprio per questo che il mestiera dell’avvocato è difficile e perfino pericoloso. Prendiamo ad esempio lo Zimbabwe dove magistrati ed avvocati sono perseguiti quotidianamente per la dittatura scellerata di Mugabe e questo nonostante gli interventi dell’International Bar Association tesi a mobilizzare l’opinione internationale".

I.S.U. - "Cosa intende un avvocato per giustizia ed indipendenza: una fede cieca, incondizionata e formale a leggi e regolamenti, alienando il proprio senso critico ed etico o la partecipazione alla ricerca del miglior assetto sociale? Molti illeciti, o "ingiustizie", vengono commessi grazie a strategie forensi e tecnicismi procedurali, che riescono ad eludere la "ratio" e gli effetti delle stesse norme. Lo stato, gli enti pubblici nazionali ed internazionali, privati potenti, politici e delinquenti incalliti riescono sovente in questo intento. Come può un avvocato, la cui religione sia la giustizia, avvallare certi comportamenti? Il concetto di giustizia per un avvocato è limitato all'attività di massimizzare i vantaggi di una delle parti in causa o vi può essere altro?"

Mannin - "Si tratta per l’avvocato di agire come un vero attore della giustizia e non solo come un tecnico giuridico. Quindi, deve stare attento al mantenimento dell’indipendenza della magistratura. Ricordiamo a questo proposito che nel nostro sistema democratico, il triangolo costituzionale di potere esecutivo, legislativo e giudiziario esige l'autonomia di ognuno dei costituenti, per assicurare controllo ed equilibrio del potere. Quindi, l’indipendenza della magistratura è la condizione "sine qua non" affinché che la giustizia possa protegere i diritti dei cittadini, garantire la libertà dell’individuo ed amministrare responsabilmente la legge. Ecco perché questi valori sono proprio la "raison d’être" dell’avvocato".

I.S.U. - "Che cosa è per Lei il potere?"

Mannin - "Nel senso di potere publico, si tratta soprattutto, secondo me, di quel triangolo costituzionale del quale stiamo parlando. Per quanta riguarda il comportamento dell’avvocato rispetto al potere, sia pubblico che privato, la sua vocazione lo obbliga non solo a preoccuparsi del rischio di abuso di potere ma deve anche stare attento alla necessità di cambiare le cose secondo la legge, quando ciò sia necessario. Quindi non è un caso che tanti politici siano avvocati. Da sempre, è così ovunque nel mondo".

I.S.U. - "Quali sono le nuove frontiere e le nuove sfide, che attendono la giurisprudenza?"

Mannin - "Nel mondo della communicazione globale ed instantanea non c’è quasi più barriera alla libera circolazione delle idee, dei valori, delle credenze: ciò è quello che contribuisce indubbiamente al cambiamento della società contemporanea. In questo contesto, la giurisprudenza deve affrontare tutte le grandi sfide dell’epoca: i rapporti tra cittadini e governo, le limitazioni della libertà individuale, la protezione dell’ambiente oppure la lotta contro la criminalità organizzata, la quale per altro si trova sempre più spesso a livello internazionale. Certo, i magistrati hanno da sempre utilizzato la giurisprudenza per definire, rinforzare ed a volta creare regole legali in tutti gli aspetti dell’attività dell'uomo. Adesso, questo incarico importantissimo prende spesso una dimensione internazionale. In Europa per esempio, i magistrati devono assimilare l’evoluzione della giurisprudenza dell’Unione Europea, la quale fa parte del loro proprio diritto nazionale benché si sviluppi nel Lussemburgo e quindi fuori dalle loro proprie frontiere nazionali!

I.S.U. - "Visti i clamorosi insuccessi della diplomazia e della politica, per il futuro dovremo attenderci dai professionisti della giurisprudenza solo un ruolo tecnico di mera organizzazione di rapporti, che privilegino il "male minore" e l'interesse di potentati, o anche un ruolo più attivo, più consapevole, teso alla ricerca ed alla comprensione delle reali necessità degli individui, della specie e della società?"

Potrete leggere la risposta tra qualche giorno in questa sezione.
Data dell'ultimo aggiornamento: 18.03.2008
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