Giuseppe Foti - intervista "e mail"

I.S.U. - "Innanzi tutto grazie per aver accettato di fare parte della nostra comunità scientifica. Desideriamo, per prima cosa, chiederLe cosa muova in Lei la passione per la cultura ed in particolare per la letteratura e la storia ".

Foti - "Sono lieto di avere la possibilità di partecipare a questa iniziativa che reputo lodevole. Sono fermamente convinto che i nuovi mezzi che la ricerca tecnologica ha elaborato possono fare molto per una maggior diffusione della cultura, ma questi mezzi necessitano di quella ricchezza di contenuti che solo la creatività umana può dare. In questo la cultura umanistica, ricca di una secolare tradizione, può svolgere un ruolo principe; ma ora passo decisamente a formulare la risposta che si inserisce nella prospettiva di cui ho parlato in esordio e che articolerò su tre livelli:

UNA QUESTIONE DI VITA…

L’esperienza mi ha sempre mostrato la differenza tra avere una formazione culturale di base adeguata e non averla. La frequentazione, da giovane, di ambienti lavorativi, dove la cultura era considerata superflua, mi ha posto in condizione di verificare gli effetti negativi di tale convinzione: risulta evidente che la rinuncia alla cura della propria cultura, mi riferisco a quella che esula dalle strette competenze professionali, non solo dà meno possibilità nel mondo del lavoro, ma riduce, in genere, le possibilità di esperienza in ogni ambito della vita. Mi sembra che in Italia la cultura sia considerata, ancora oggi, un lusso superfluo; mentre scrivo mi tornano in mente le frasi fatte che rimarcavano questa convinzione, ma nella mia esperienza ho vissuto numerose volte situazioni in cui l’aver potuto disporre di un buon bagaglio culturale ha fatto la differenza, sia nel mondo del lavoro, sia nella vita sociale in genere. Va detto, inoltre, che recenti studi sulla fisiologia del cervello umano confermano che gli interessi culturali sono la causa prima di una maggior lucidità e longevità della mente, senza contare che hanno un’incidenza positiva anche sulla salute del corpo colto nel suo insieme.


...E DI EDUCAZIONE ALLA CULTURA

Sono altresì convinto che non si possa e non si debba snobbare la formazione di base, quella che deriva dall’esperienza scolastica, che nasce dalla secolare evoluzione del pensiero umano. Se non si viene formati su questa base si pongono serie ipoteche sulla propria esistenza, e, se è pur vero che dobbiamo constatare le carenze dell’istituzione scolastica, questo non toglie validità a quanto sopra affermato. Si tratta di un modo di pensare che investe tutti, soprattutto coloro che operano in questo ambito, che dovrebbero avere ben chiara questa logica della cultura vista ad ampio spettro ed essere posti in condizione di operare nel senso di far divenire gli istituti preposti all’educazione luoghi di cultura. Invece, in questi ultimi anni, ho assistito al tentativo di inserire una mentalità produttivistica nella scuola e m’è parso che questo tentativo non esalti tutti coloro che tentano di elevare gli standard qualitativi. Le inefficienze della scuola pubblica la riguardano in quanto parte di quei pubblici servizi che sono di per sé inefficienti a causa di una mentalità che tarda ad aggiornarsi…. Insomma è questione di mentalità, nella famiglia, negli ambienti di incontro, nel lavoro, nella società in genere. Inoltre, le istituzioni educative dovrebbero essere anche luoghi dove si fa e si vive la cultura; è compito di tali istituzioni instillare nella coscienza del discente il desiderio di conoscenza, dandole nel contempo gli strumenti essenziali affinché possa, poi, continuare in tale esercizio, anche dopo il completamento del curriculum di studi. Aggiungo che è errato chiudere con la formazione e l’aggiornamento al termine degli studi. Personalmente non ho mai cessato di desiderare di apprendere e non ho mai commesso l’errore di considerarmi culturalmente arrivato; questo atteggiamento mi ha posto nelle condizioni di acquisire sempre nuove conoscenze, migliorando così la qualità della vita mia e dei miei cari.

E DI AMPI ORIZZONTI

Vorrei, ora, sottolineare un aspetto della questione che non sempre viene colto in tutta la sua ampiezza ed è l’orizzonte della cultura. Per esperienza so che, spesso, per lo meno in Italia, una buona formazione culturale di carattere umanistico non sempre si accompagna con una formazione tecnico-scientifica di base adeguata. Intendo riferirmi alla separazione troppo netta che ancora esiste in questi due grandi campi del sapere; ritengo che nel curriculum base della persona non possa mancare sia una adeguata introduzione al sapere umanistico, sia una adeguata introduzione agli elementi essenziali del sapere tecnico scientifico e questo al di là del successivo corso di studi e di specializzazione nell’ambito professionale. Ritengo erroneo separare questi due ambiti culturali, basta pensare alla necessità di saper utilizzare un computer, oppure un qualsiasi altro strumento che la tecnica e la scienza oggi ci offrono, per i quali è necessario entrare in un modo di pensare preciso e specifico, che dona la capacità di schematizzare, di comprendere lo sviluppo di processi logici, di individuare e rendere evidenti gli schemi sottesi ad un fenomeno qualsiasi. Questo vale, però, anche per chi si addentra negli ambiti più specialistici della scienza e della tecnica, perché è indiscusso che la capacità di leggere una poesia o un classico della letteratura o altro offrono spunti che certamente possono mancare in caso di una preparazione esclusivamente tecnico-scientifica. La mia esperienza mi ha consentito di sviluppare una buona formazione tecnico-scientifica di base, ed accostarla alla naturale propensione all’ambito umanistico e creativo.

PASSIONI UTILI : LA STORIA

La passione per l’argomento storico è nata in me quando, giunto in terza elementare, sfogliando il sussidiario fresco di stampa, scoprii la sezione dedicata alla storia; fu un amore a prima vista, nel giro di poche ore divorai letteralmente le pagine che avrei studiato nel corso dell’anno, e dal quel momento fu un crescendo di sensibilità e di desiderio di conoscenze sempre più precise, che non mi ha più abbandonato, e che mi indusse a superare ampiamente gli ambiti scolastici che ad un certo punto ritenni angusti. Questa costante ricerca, alle volte disordinata, alle volte orientata da precisi obiettivi, creò in me una sensibilità, fu come se nel mio animo si venisse delineando un grande affresco, composto da tutti quei piccoli segmenti che, una volta collocati nel quadro complessivo, acquisivano significato e davano significato all’insieme. Non si tratta di un’opera costante e regolare, ma di una sorta di appetito da appagare periodicamente, come quello fisico. Sono giunto alla conclusione che una preparazione storica buona ed essenziale sia un elemento inalienabile dal curriculum di ogni persona; nella mia vita la coscienza storica ha avuto un ruolo fondamentale nell’evoluzione della mia personalità, ed è importante per acquisire la coscienza dei valori fondanti di una società progredita e democratica.

PASSIONI UTILI E INNATE : LA LETTERATURA

In questo caso il discorso è ancora diverso e la consapevolezza nasce con la scoperta della capacità di scrivere in versi (nell’intervista e-mail che ho rilasciato nella pagina “Donne, Uomini e poesia" spiego la genesi di questa propensione) e nel contempo con la lenta ma inesorabile presa di coscienza della capacità di leggere e ritenere facilmente i testi. In questo campo la mia ricerca personale fu guidata dalla disposizione interiore; la poesia mi donava la capacità di plasmare e modellare le parole e, quindi, di poter comprendere facilmente i testi più complessi. Ricordo un testo di teologia di un autore tedesco orrendamente tradotto in italiano, che ai primi approcci mi fece disperare, ma che successivamente potei dipanare, quando mi decisi a lasciarmi andare a quell’intuizione inconscia che spesso permette agli esseri umani di dipanare la matassa più intricata, lasciando operare le proprie doti innate. Sono un appassionato della letteratura del Duecento e del Trecento italiano, seppure gli impegni e gli altri interessi non mi abbiano permesso, fino ad ora, di curare questo ambito come avrei voluto. Ritengo che le pagine scritte, ad esempio, da Dante e Petrarca, solo per citare quelli che amo di più, siano ancora di attualità, e sono versi che scorrono dentro, suscitano emozioni, arricchiscono il pensiero, migliorano la capacità espressiva; credo che non si conosca davvero l’italiano e la cultura ad esso sottesa se si trascurano le opere di quei lontani padri della nostra bella lingua e della ancor più affascinante letteratura. Naturalmente, anche in questo ambito è bene parlare di orizzonti, poiché ho una discreta frequentazione della letteratura fantascientifica, del genere d’avventura, oltre ad una miriade di romanzi che spaziano nei generi più diversi. Si tratta di un’occupazione che dà respiro alla mente, che dona un effettivo rilassamento. Per me non c’è niente di più benefico di due ore trascorse seduto su di una poltroncina, vicino ad una finestra, a leggere un buon libro, naturalmente scritto bene e con intelligenza".

I.S.U. - "A proposito di teologia: a quando risale questo interesse e perché è stato coltivato?".

Foti - "L’interesse per la teologia è venuto crescendo in sordina e lentamente, nacque nel momento stesso in cui mi fu dato di vivere quella che considero l’esperienza più forte e significativa della mia esistenza: la fede in Gesù Cristo, che vissi intorno ai ventun’anni. Agli inizi si trattò di un interesse quasi sotterraneo, che sfuggiva, alle volte, alla coscienza, ed era causato innanzi tutto dal contrasto tra gli esiti di tale esperienza e il mio bagaglio culturale precedente. Da un lato stavo vivendo qualcosa di estremamente reale che lentamente gettava luce sulla mia esistenza e la migliorava (attenzione non mi riferisco ad una miglioria interiore, quasi diafana e priva di spessore concreto) toccando ogni aspetto della mia quotidianità, ma questo causava dei conflitti perché la cultura, la professione, ed anche il cursus sacramentale che compii giovanissimo nella chiesa cattolica, non forniva alcun sopporto per capire, comprendere le “lingua dello spirito”. Vi erano dei momenti in cui il contrasto interiore si faceva acuto dato che ad esempio ciò che constatavo con l’esperienza contrastava con la ragione che faticava a comprendere. La questione teologica esplose, però,quando nacque la mia tenera Noemi, la quale venne al mondo afflitta da una grave patologia che gettava ombre oscure sul suo futuro. Col passare del tempo, mentre Noemi cresceva, impegnato nel darle il massimo per renderle possibile una vita per lo meno serena, scoprivo sempre più il mondo dello spirito, ma si trattava di una scoperta a tentoni, senza mezzi adatti, quasi istintuale: insomma avevo tra le mani un’esperienza dolorosa ma che mostrava, tuttavia un volto della vita che è insospettabile ai più. Giunse infine il momento in cui la situazione complessiva di Noemi si stabilizzò, e così su indicazione di un amico frate cappuccino, mi iscrissi ad un corso teologico preserale indirizzato a laici e ad insegnanti di religione. Questo mi dotò degli strumenti essenziali per iniziare una lunga e solitaria riflessione, che grazie allo studio teologico mi permise di comprendere meglio le conseguenze di quell’ attimo stupendo in cui mi resi conto che Gesù di Nazaret era Risorto. Vorrei sottolineare, prima di concludere, alcuni punti che sono essenziali per comprendere meglio il senso di questa ricerca teologica:
1. i rapporti con le istituzioni Cattoliche non furono sempre lineari, anzi ad un certo punto tesero a peggiorare fino alla mia uscita definitiva per confluire nella Chiesa Valdese
2. quindi il mio atteggiamento in quel periodo era attento e critico poiché data la situazione familiare non mi potevo permettere errori di sorta: c’era bisogno di speranza ma questa doveva essere concreta, ponderata, ed efficace e soprattutto non ammetteva mediazioni, dovevamo essere io e la mia sposa primi attori del nostro dramma, per poter vincere quella battaglia. Ricordo quanti colloqui, con molti “addetti ai lavori” finivano con la sensazione dell’incomprensione, oppure, tornando a casa, capivo che i suggerimenti ricevuti spesso erano troppo aleatori pur dottrinalmente ben fondati, quindi andavano elaborati, ma senza una base solida, fondata teologicamente
3. inoltre sono sempre stato convinto che se il momento specifico in cui nasce la fede cristiana ha per ovvi motivi una chiara accezione irrazionale ( non è cosa che si possa padroneggiare) le sue conseguenze ricadono nell’ambito storico, nello spazio – tempo, quindi suscitano atti, gesti, scelte che necessariamente devono sottostare alla ragione, pur sapendo che con questa alle volte sono conflittuali. Concludo questa risposta, che per ovvie ragioni è lacunosa, rimarcando il ruolo di guida che la teologia ha avuto nel mio percorso spirituale, sottolineando ulteriormente che data la cultura prevalente nel nostro secolo, spesso vengono a mancare quegli elementi fondamentali necessari per approcciare correttamente l’esperienza spirituale, ma soprattutto mancano strumenti efficaci per muoverci nell’ambito delle cose dello spirito con quella cultura con cui confrontarci e misurarci. Ecco perché ho praticato fino ad ora la teologia e perché continuerò a praticarla; è questione di speranza e di orizzonti che si allargano all’infinito".

I.S.U. - "Come si definirebbe, se dovesse definirsi?".

Foti - "Mi sono posto più volte questo quesito, e sono sempre giunto alla conclusione che la maggior parte delle risposte che potremmo considerare ovvie, o, perlomeno usuali, quelle ad esempio determinate dall’attività professionale, oppure quelle fondate sul ruolo sociale svolto, oppure quelle che trovano il loro fondamento nel titolo di studio, sono etichette che non possono rappresentare ciò che effettivamente sono, io propendo per definirmi un essere umano in ricerca, una persona che ha nella conoscenza e nella comprensione della vita, nel senso più ampio del termine, il proprio fondamento. Questa definizione che ho espresso poco sopra, ritengo che sia l’unica in grado di rendere al meglio la descrizione della mia persona a cui posso aggiungere i dettagli come ad esempio che sono un uomo felicemente sposato, che sono un papà a tempo pieno, che sono un credente cristiano, che sono un poeta con una forte preparazione tecnico scientifica, ma non giungerei ad una definizione esaustiva. Mentre definirmi un essere umano in ricerca è quella che mi consente di andare alla radice della mia persona. La mia esperienza di vita mi ha condotto alla conclusione che, per vivere bene, anche nelle situazione più disagiate, sia necessario aver acquisito la capacità di vivere come se l’esistenza fosse un immenso campo da scoprire e da imparare a comprendere, questo implica una grande umiltà, quella necessaria per porsi in serio ascolto dell’ambiente in cui viviamo e, soprattutto, di coloro che possono insegnarci qualcosa. Sono giunto al cinquantasettesimo anno di vita e sarei molto presuntuoso se cominciassi a pensare, come fanno molti, che ormai non ho più niente da apprendere. Ritengo che la vita sia bella da vivere non perché è priva di ostacoli e di difficoltà, ma perché è un immenso campo di ricerca in cui acquisire conoscenza…. da vivere".

I.S.U. - "Dopo la definizione data della vita, come definirebbe la morte?".

Foti - "Vita e morte si rincorrono, quindi parlare della morte senza tener nel conto la vita è assurdo, ma ancora più assurdo è parlare della vita senza tenere in considerazione che vi è un termine per essa chiamato morte. L’approccio con le questioni riguardanti la morte ha avuto, per me, un duplice inizio: da un lato l’interesse per le aree di confine della conoscenza, per tutto ciò che sapeva di mistero, che ebbe nell’esperienza di fede un punto catalizzatore importantissimo; dall’altro l’esperienza di un disastroso incidente stradale che mi ha condotto al limite estremo, mettendo in pericolo la mia stessa vita. Mi piace, quando rifletto sulla morte immaginarmi un universo senza la quarta dimensione: il tempo. Questo perché mi aiuta a ricordarmi che la stessa struttura fisica del mondo che abitiamo prevede la morte e, quindi, solo se abitassimo un universo privo di tempo potremmo immaginare la nostra vita priva di morte. Più volte, seguendo i documentari trasmessi da Geo e Geo su Rai3, ho potuto constatare come gli animali predatori hanno un ruolo essenziale nel gioco di equilibrio ambientale. In questo nostro mondo potremo immaginare di prolungare la nostra esistenza, potremo parlare di vita più lunga, ma non potremo espellere il concetto di morte perché, secondo me è strutturale alla nostra stessa vita. L’esperienza della fede mi ha donato una prospettiva della vita decisamente positiva, con l’arrivo alla fede matura e adulta scorsi nell’orizzonte della mia esistenza nuove e insospettate possibilità, ma, soprattutto, una forza interiore nuova che mi aiutò ad affrontare le difficoltà, il dolore, le fatiche in modo positivo. L’incidente di cui ho accennato in esordio, giunse un paio d’anni dopo questa svolta accompagnato circa due mesi dopo dalla morte di mio padre. Fu un colpo durissimo, ma lo superai perché accettai l’inevitabile, seppure il dolore per la prematura scomparsa di mio padre resta tutt’ora vivo. Fu in queste circostanze che compresi che la morte andava collocata nel contesto della vita, e che questo avrebbe resa più vivibile la mia esistenza. In conclusione la morte è parte integrante della vita ed ha una funzione precisa sul piano naturale, non è una barriera, ma un evento a cui possiamo preparaci, se accettandola impariamo a vivere e gustare la vita in modo più profondo. La Fede Cristiana ha molto da proporre in questa direzione e soprattutto muta il modo di intendere e capire la morte; non attenua il dolore e la sofferenza che ad essa sono associati, ma apre prospettive di speranza che non sono aleatorie, sono reali e sperimentabili… mi interrompo qui, poiché questo è un altro discorso, e concludo invitando a considerare la morte non solo come fatto tragico e devastante ma anche da prospettive diverse".

I.S.U. - "...per esempio?".

Foti - "La morte, così come quelle malattie gravi che possono menomare per tutta la vita una persona, sono fatti ineluttabili, quindi non lasciano molte possibilità di scelta: o si accettano o si rifiutano. Queste due risposte portano, com’è ovvio a due percorsi opposti, o la disperazione dovuta alla non accettazione e quindi di conseguenza aprirsi ad una visione della vita negativa o parzialmente tale, oppure, nel secondo caso, domandarsi se vi è un quadro armonico complessivo della vita e se situazioni come la morte possono essere inquadrate in tale contesto. Quando osservo la natura, come già ho accennato, vedo che fatti cruenti, come una gazzella sbranata da un leone, ci possono colpire, ci possono turbare ma ci dicono anche che se il numero degli erbivori crescesse troppo, tutto l’ecosistema ne risulterebbe danneggiato. Non intendo giustificare la ferocia o l’uso della violenza che è ingiustificabile, dico che se osserviamo con occhi distaccati il funzionamento della natura ci accorgiamo che in essa vi è sempre una precisa armonia, ed è in questa direzione che ritengo bisogna andare per scoprire una prospettiva che ci aiuti a comprendere ed accettare la morte. Se ci poniamo in questa direzione, ampliano la capacità di osservazione del nostro sguardo, e possiamo scoprire che malattie come quella che ha colpito mia figlia, che possono avere un impatto devastante esattamente come la morte, possono, nel contempo essere affrontate con serenità per giungere ad un modo di viverle accettabile, pur nelle evidenti difficoltà. Non possono suggerire esempi precisi riguardanti la morte senza chiamare in causa la meravigliosa esperienza della fede cristiana, quindi, rievocando la morte dei miei genitori, ho compreso che passato il momento lacerante del distacco, poi lentamente si impara a convivere e a sentire l’affetto dei tuoi cari scomparsi sempre presente nel nostro cuore, senza necessariamente doverci creare delle illusioni. Questo l’ho imparato con la morte del mio papà che per cinque lunghi anni non riuscii ad accettare disperandomi ed arrovellandomi a causa di questo evento che vedevo assurdo, finché vissi un’esperienza che mi fece comprendere che stavo sbagliando, così imparai a vivere la vita per quello che è e non la resi assurda con scelte disperate. Sono convinto che vi sono certezze soggettive oggettivamente indimostrabili ma non per questo vanno considerate illusorie o irreali, perché è reale quello che sperimento, che mi tocca anche se è pur sempre interpretabile. In sintesi se partiamo dalla osservazione della natura così come si presenta e la guardiamo con la mente lucida e sgombra da pregiudizi, possiamo scorgere una vita decisamente più vivibile e in essa vedere nella morte un elemento armonico, per quanto crudo e doloroso esso possa essere. Ciò non esclude l’impegno a curare la propria esistenza compiendo ogni azione che possa renderla lunga, anzi sono convinto che accettare la morte con serenità, ci dona una forza interiore nuova che contribuisce allo sforzo di rendere lungo e vivibile il tempo che ci viene concesso".

I.S.U. - "Cosa intende per vivibilità; cos'è una vita vivibile?".

Foti - "Quando si pone il quesito relativo ad una vita vivibile nella nostra cultura, le risposte sono di solito un elenco di elementi materiali che possono contribuire a renderla più comoda, più sicura, più soddisfacente, meno faticosa, meno dolorosa… si attribuisce al concetto di vivibilità della vita un valore ampiamente materiale. Quando parlo di vivibilità mi riferisco innanzitutto all’acquisizione delle condizioni interiori, di quelle capacità che ci consentono di vedere nella vita l’occasione di un’esperienza. Una vita vivibile è quella vissuta con ampiezza di vedute, è quella che ci rende capaci di un costante miglioramento interiore, rendendoci abili ad affrontare qualsiasi situazione che ci si possa presentare. Non intendo asserire l’inutilità dei beni materiali, ma possedere il benessere materiale, senza essere interiormente attrezzati, facendo di tali beni degli obiettivi anziché utilizzarli come dei mezzi per giungere ad altro, non può portare ad una vita vivibile, perché l’impossibilità ad accedere a tale possesso, può divenire una frustrazione dagli effetti devastanti. Se dovessi sintetizzare con un’immagine che cosa è una vita vivibile potrei descriverle il volto di mia figlia quando la portiamo a passeggiare in un angolo stupendo della valle Pellice, in un pomeriggio d’estate in compagnia dei suoi genitori, mi si creda, in quel momento il volto di mia figlia è raggiante, beandosi delle bellezze del paesaggio e dell’amore dei suoi cari; ecco quella è una vita vivibile…. nonostante tutto".

I.S.U. - "Che rapporto intercorre tra vivibilità, senso della vita e senso della morte?".

Foti - "La fede cristiana mi ha donato una visione dell’esistenza ampia, mi ha permesso di vedere i diversi ambiti in cui la mia vita si espleta in un insieme armonico o, alle volte, da armonizzare. La vita e la morte fanno parte dello stesso insieme e, quindi, vanno colte mediante uno sguardo d’insieme che permetta di comprendere meglio le specificità dell’una e dell’altra. Il mondo che abitiamo ha quattro dimensioni, tre spaziali e la quarta è il tempo, il cui scorrere condiziona tutto ciò che esiste in quest’universo. La nostra esistenza è costituita da una sequenza di istanti che si succedono l’uno all’altro, ovvero potremmo dire che la nostra esistenza consiste nell’attraversare questa catena di istanti, sospinti in essa dalla componente “tempo”. Noi agiamo in questi istanti con la coscienza di quelli trascorsi e consapevoli, seppure in modo parziale e alle volte nebbioso, di quelle che verranno; queste considerazioni piuttosto elementari e non esaustive, ci conducono a cogliere nella nostra esistenza il divenire, la mutabilità di ciò che esiste e per quanto concerne gli esseri umani, l’evoluzione della struttura corporea e della coscienza di se stessi. Gli eventi naturali sono sottoposti alla ciclicità:

- INIZIANO (NASCITA)
- SI SVOLGONO (ESISTENZA)
- SI CONCLUDONO (MORTE)

Questo è il meccanismo con cui funziona l’esistenza, ed è ineluttabile, è così e noi siamo immersi in esso.
A questo punto si pone il problema del senso della vita, la cui risposta probabilmente si svolge lungo tutto il percorso dell’esistenza, ma che è necessario porsi e che, seppure parziale, la risposta è necessaria per rendere vivibile la nostra vita. Vorrei precisare che questo ragionamento che sto svolgendo cerca di raccontare e chiarire quello che osservo nella vita concreta, nella quale non sempre ho modo di porre questi quesiti e, magari, rispondervi, sono percezioni che spesso non cogliamo perché non abbiamo ricevuto una educazione che ci abiliti a quel linguaggio simbolico, costituito innanzitutto da emozioni, sensazioni, percezioni. Ritornando al nostro discorso, dobbiamo constatare che il percorso esistenziale che seguiamo, seppure spesso condizionato da fattori esterni che molte volte ci sovrastano, consta della possibilità della scelta, anche nelle condizioni più estreme e dolorose; che ci piaccia o no, possiamo determinare il percorso che viviamo, in qualche modo anche se su di esso non abbiamo un controllo assoluto. In questo meccanismo si colloca la morte che è un elemento inequivocabile, che fa parte integrante dell’esistenza; la morte non può essere esclusa e rifiutata, semplicemente perché c’è e rende possibile cogliere meglio il senso che ha questa nostra esistenza. Questo non vuol dire smettere di lottare per sopravvivere, ma indica nella morte un elemento strutturale a questa nostra esistenza, se sappiamo coglierla e collocarla nel quadro della vita, quest’ultima diviene più comprensibile e più vivibile, paradossalmente può rendere più semplice rendere la vita vivibile. L’elemento essenziale di questo discorso è la vivibilità, dato che, seppure abbiamo con le scoperte scientifiche ed il miglioramento del tenore di vita potuto allungare l’esistenza (ma a causa delle ingiustizie questo è vero solo per una parte minoritaria dell’umanità) è il fattore su cui possiamo intervenire, non potendo contare su di una vita (per lo meno questa vita) infinita. Se per ipotesi potessimo realizzare il sogno della vita infinita, resterebbe da risolvere il problema del come renderla vivibile, e questo, come abbiamo gia detto è il fattore che veramente conta. Un ultimo passaggio è costituito dalla maniera di rendere vivibile l’esistenza, ma qui entra in gioco il modo con cui l’essere umano percepisce la vita, e sappiamo che tale percezione è condizionata dalla mediazione dei sensi e dalla interpretabilità dell’esistenza e degli elementi che la costituiscono, ma qui mi fermo perché si apre un nuovo scenario di riflessione. Posso solo aggiungere che l’umiltà unita all’intelligenza (che è la capacità di adattamento) ed un cuore semplice, possono concorrere a rendere vivibile qualsiasi esistenza, perché permettono di cogliere una visione della vita esaustiva e sempre perfezionabile.

I.S.U. - "Che ruolo gioca in tutto ciò il suo rapporto con la cultura e, in modo particolare, con la letteratura?".

Foti - Vorrei partire, nel formulare questa risposta, con una precisazione che ritengo importante: ho sempre ricercato nella mia esistenza la capacità di focalizzare profondamente il "particolare" ma nel contempo mantenere nitida e chiara la visione dell'insieme. Ritengo importante questo assunto perché per esperienza ho constatato che alle volte presi dalle circostanze specifiche di un momento particolare della nostra esistenza, rischiamo di perdere la coscienza dell’insieme, sicché non abbiamo più chiara né la meta, né il percorso per raggiungerla. La vita, secondo me, necessita di una costante ricerca del punto di equilibrio ottimale richiesto dall'attimo presente, ed è in questi termini che pongo la cultura, e la letteratura in particolare, nella prospettiva di una vita vivibile o perlomeno nella tensione di rendere vivibile la mia esistenza, e, naturalmente anche quella di coloro che in qualche modo sono congiunti con me sul palcoscenico dell'esistenza. La cultura, nella mia esistenza, avuto un ruolo di un grimaldello, cioè è stato uno strumento per scardinare le chiusure che l'ambiente in cui ho vissuto la mia giovinezza mi imponeva. Molto spesso mi sono trovato a vivere situazioni in cui non riuscivo a scorgere orizzonti verso cui tendere, preso com'ero dall'oppressione di un ambiente alienante come la fabbrica negli anni 70 del secolo scorso. Ricordo con disappunto, tutt'ora vivo, l'obiezione che mi fu elevata una mattina, quando stavo entrando nello stabilimento di Mirafiori, in cui lavoravo, da un capo reparto il quale ebbe da ridire sul fatto che mi recavo a lavorare in giacca e cravatta pur essendo un operaio, quasi che tale condizione esaurisse ogni mia possibile velleità di aspirare a nuovi livelli. Se tale obiezione mi fu rivolta a causa di quel senso carrieristico che serpeggia abbondante negli ambienti lavorativi, in antitesi col più legittimo desiderio di una crescita professionale fondata sulla conoscenza e la capacità, è pur vero che, in fondo, nasconde una mentalità in cui si tende a impedire anche la crescita culturale. Questo è un breve cenno non posso in questo contesto entrare nel dettaglio di questo problema, ma ritengo che se come già ho detto l'accesso alla cultura è preso sottogamba, nella nostra società attuale, e anche pur vero che tale accesso non è favorito, o per meglio dire, è falsamente favorito, come ho già detto, dalla proposta di una cultura più nozionistica che fondata sull'acquisizione della capacità di pensare criticamente. La cultura, nel mio orizzonte esperienziale, aprendo nuovi orizzonti e nuove prospettive, ha dato senso alla mia esistenza rendendomi altresì capace di affrontare al meglio difficoltà e traversie che altrimenti mi avrebbero visto sconfitto. Ritengo che non è essenziale associare l'acquisizione di conoscenze all'acquisizione di sicurezza e prestigio. Insisto: la vivibilità della nostra esistenza è legata alla capacità di comprendere l'esistenza stessa, di capire il senso che gli eventi imprimono al nostro esistere mantenendo nel contempo chiaramente la coscienza di se stessi e accettando il divenire che è proprio di questo viale temporale che percorriamo durante l'esistenza. Come ho già accennato in precedenza la struttura del nostro apparato sensoriale è tale per cui il nostro cervello deve necessariamente interpretare ciò che viene percepito, e quindi questo pone una grossa ipoteca sul rapporto tra noi e l'ambiente in cui siamo collocati. Tale comprensione non è immediata, neppure ai livelli più elementari, come può essere vedere le posate sul tavolo e prenderle; sono gesti automatici ma che nascondono un'elaborazione complessa che nasce dall'esperienza pregressa. In questo senso, quindi, quello che noi vediamo e sentiamo è comprensibile a partire dall'esperienza, che in prima istanza è conoscenza. La letteratura ha il merito di proporre numerose finestre immaginarie aperte su un vaglio di ipotesi esistenziali che possono aiutarci, alle volte, a perfezionare la nostra capacità di relazione col mondo circostante. Uno dei miei professori di teologia, durante una lezione, insistette sul fatto che per fare teologia era necessario saper immaginare, e questa dote è più ricca tanto più è ricco il bagaglio culturale che nasce non solo sul piano dell'esperienza e delle attività pratiche ma anche e soprattutto da una lettura critica e aperta. Nel mio passato ho praticato per lungo tempo letture di letteratura fantascientifica, che ha dato un notevolissimo impulso allo sviluppo di questa capacità immaginifica, questa letteratura in certi ambienti è ancora sottostimata, ma ha contribuito notevolmente a capire l'evoluzione di un'epoca come quella avviata nel '900, che ha visto nella rivoluzione tecnico-scientifica uno dei cardini che ha determinato i mutamenti più vistosi nel nostro stile di vita; cito questo esempio perché mi pare che per il nostro discorso sia essenziale. Spesso e volentieri non ci rendiamo conto di quanto le complesse tecnologie che sono entrate nelle nostre case hanno condizionato e condizionino il nostro modo di vedere e di pensare, e quindi hanno inciso, pesantemente alle volte, sulla comprensione della vita nel suo insieme. Come ho detto si tratta solo di un esempio che ho citato per la sua significatività, senza per questo escludere l'importanza, per esempio, della conoscenza di quella letteratura del passato, che pone l'Italia e la sua cultura ai primi posti nel mondo, dove si possono trovare ancora oggi risposte efficaci per i quesiti esistenziali che ci affliggono. In conclusione vorrei citare l'importanza che riveste nella mia esperienza l'aver acquisito una sufficiente base di cultura teologica cristiana, quest'ultima si è rivelata uno strumento notevolissimo anche nel rapporto con gli altri aspetti della mia esperienza culturale, ed ha il pregio, associandosi all'esperienza spirituale (da non considerare aleatoria come avviene, spesso, nel modo comune di intenderla), di proporre un ottimo laboratorio dove si pratica tale cultura, con i piedi ben piantati sulla madre terra, in un confronto continuo con la vita di tutti i giorni. Va ricordato inoltre in ogni caso che il pensiero cristiano protestante si differenzia da quello cattolico proprio per la varietà dei diversi contributi determinato dalla diversità delle denominazioni protestanti, proponendosi così come miglior interlocutore con la società odierna così complessa e così variegata, afflitta da un secolarismo che alle volte si fa dogmatico ricadendo così in tragici errori commessi nel mondo cristiano nel passato.



Data dell'ultimo aggiornamento: 21.10.2008
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